Come investivano mediamente gli italiani nel XX secolo (pt.1)

Investire in modo diversificato ed efficiente è fondamentale per riuscire a rivalutare il proprio capitale nel tempo in funzione del proprio profilo di rischio.

Bisogna però ricordare che il patrimonio investito è costantemente sottoposto alle oscillazioni e alle fluttuazioni del mercato e che l’investimento in asset finanziari non garantisce al 100% il raggiungimento di un rendimento certo ad una data prestabilita.

Nel nostro millennio è fondamentale approcciare agli investimenti accettando il rischio intrinseco connesso ad essi. Se un investitore non è disposto ad accettare ciò non può neanche essere nella condizione di ottenere con sicurezza un rendimento reale positivo.

L’approccio agli investimenti appena descritto è una modalità che non è mai stata presa in considerazione (o comunque è stata considerata solo in minima parte) non solo dalla nostra generazione, ma anche da quella dei nostri genitori e ancor più dei nostri nonni.

In questo articolo cerchiamo di capire perché 50 anni fa non vi era interesse a comprendere e conoscere a fondo gli strumenti finanziari:  proviamo ad analizzare come i nostri genitori/nonni hanno sempre investito.

Il contesto storico

È fondamentale riuscire ad analizzare e comprendere a fondo il contesto finanziario di ieri per intendere quanto è necessario avere informazioni di qualità nell’approccio alle finanze.

Fino a poco tempo fa, e parliamo anche della fine XX secolo, in Italia si viveva in un mondo finanziario descritto come un “mondo delle favole”.

Non vi è mai stata la volontà da parte degli investitori italiani di avere una cultura finanziaria tale da poter aiutare le persone a comprendere i meccanismi dei mercati finanziari.

In Italia c’è sempre stata un’ottima cultura del risparmio e una scarsa cultura all’investimento. Questo è un dato di fatto in quanto il tasso di risparmio è sempre stato elevato. Allo stesso tempo però, soprattutto durante gli anni ’60, gli investimenti erano tendenzialmente frazionabili in tre tipologie: titoli di stato italiani, immobili o libretti postali.

I titoli di stato italiani

Di seguito andremo a soffermarci in particolare sugli investimenti in titoli di stato italiani e sul perché l’investitore medio italiano decideva di investire il proprio denaro prevalentemente su questi strumenti finanziari.

L’investimento in azioni negli anni ‘80 del XX secolo veniva visto come una speculazione o come un modo per fare il “botto”, ovvero utile per accrescere il proprio capitale in poco tempo. La maggior parte delle volte però capitava che il “botto” venisse fatto ma non nella direzione sperata. Ciò accadeva perché non vi era da parte dell’investitore medio una pianificazione vera e propria degli investimenti azionari: spesso si tendeva infatti a “puntare” i soldi secondo i propri presentimenti o le proprie preferenze, come se si giocasse alla roulette in un casinò.

Per cercare di non depauperare il proprio capitale investendo in azioni, la maggior parte dei risparmi delle persone era investita nei BOT, ovvero nei buoni ordinari del tesoro..

Il BOT è uno strumento in cui l’emissione è sotto la pari, mentre il rimborso è alla pari. Ciò significa che, per esempio, l’investitore presta € 99 allo Stato acquistando i BOT e a una determinata scadenza egli riceverà € 100 come rimborso del suo investimento.

La domanda che viene spontaneo porsi a questo punto è: ma quanto rendevano i BOT?

I Buoni Ordinari del Tesoro erano strumenti molto amati dalle persone in quanto erano semplici, sicuri e garantivano un rendimento. In alcuni periodi del XX secolo sono arrivati a rendere anche il 15%. In questi particolari e singolari periodi della storia, i risparmiatori erano più che disponibili a depositare per un breve arco temporale il denaro e ritirarne una quantità ben più consistente a scadenza, in quanto il rendimento era particolarmente elevato.

Il pensiero dell’investitore inconsapevole, inesperto e timoroso era quindi “ma cosa posso desiderare di meglio di una struttura simile?”.

Egli si ritrovava in una situazione tale per cui vi era una garanzia pubblica che dava sicurezza circa la solidità dell’investimento e una breve durata dell’investimento stesso che non vincolava il denaro per un lungo termine.

Allo stesso tempo il risparmiatore non doveva impegnarsi per capire a fondo il funzionamento delle strutture e degli strumenti finanziari.

I fattori sopra elencati sono i motivi per i quali l’investitore medio italiano non aveva interesse ad approfondire altri strumenti finanziari presenti sul mercato.

In questo modo però sorge un problema di fondo di rilevante importanza: i risparmiatori medi andavano a vedere il rendimento nominale che, come già detto, per molti anni ha superato abbondantemente il 10%, ma non prendevano in considerazione il rendimento reale, ovvero la differenza tra il rendimento nominale e l’inflazione.

Lo Stato, all’epoca della lira, stampava molta moneta con cui pagava il debito e di conseguenza generava inflazione. L’inflazione in alcuni anni è stata talmente elevata al punto che ci sono stati periodi in cui il rendimento nominale dei BOT era particolarmente alto ma il rendimento reale era negativo. Ovviamente ci sono stati anche degli anni in cui il rendimento reale del BOT è stato abbondantemente positivo, grazie alla diminuzione dell’inflazione.

I nostri nonni erano super contenti di raddoppiare il capitale in pochi anni grazie agli investimenti in Buoni Ordinari del Tesoro ma allo stesso tempo vi sono stati periodi in cui il loro capitale, più che raddoppiato, aveva un potere d’acquisto inferiore al capitale iniziale. Questo per far comprendere che non essendoci cultura finanziaria di base, il 99% degli investitori inconsapevole della differenza tra rendimento reale e nominale, pensava felicemente di aver investito nel miglior modo.

Esempio

Per fare un esempio: è come se entrassimo oggi in banca, depositassimo 100k e, tra un anno e mezzo, ricevessimo 93k con sorriso a 32 denti e una firma soddisfatta come se ci avessero fatto un favore.

Andando ad analizzare il rendimento reale dei BOT nel corso dei decenni si può osservare che nel 1980 esso ha avuto un picco che lo ha portato circa ad un valore del -4%, per poi realizzare nel 1994 un picco di redditività reale di oltre il 10%.

Il debito che si è venuto a creare negli anni ha appesantito la struttura del Paese Italia ed è anche a causa di questo che oggi ci ritroviamo con un debito consistente sulle spalle.

È evidente che al giorno d’oggi non c’è più grande convenienza ad acquistare titoli di Stato italiani sia perché il rendimento reale non è soddisfacente sia perché la situazione complessiva del Paese è più difficoltosa di quella che si poteva avere 50 anni fa (la nuova generazione ha infatti 50 anni di debiti in più da supportare).

Nel prossimo articolo andremo ad analizzare le altre due tipologie di investimenti amati dai nostri nonni e dai nostri  genitori, ovvero gli immobili e i conti libretti postali.

Per qualsiasi domanda contattami o lascia un commento.

Davide Berti, consulente finanziario