Consulente o robo-advisor?

Un portafoglio “ben bilanciato” è tale non solo per il rapporto tra le varie assets class (azionario, obbligazionario..etc), ma soprattutto per il rapporto tra la sua natura e quella dell'investitore: il giusto bilanciamento è soggettivo.

Per raggiungere l'obiettivo è importante comprendere come un bilanciamento ben strutturato sia possibile solo grazie ad una profonda conoscenza di sé stessi come investitori o ad un rapporto personale tra l'investitore e il suo consulente, quasi intimo, che, a mio modesto parere, non può essere ottenuto con piattaforme che offrono servizi di investimenti gestiti in maniera standardizzata.

Un bilanciamento efficace richiede una forte personalizzazione.

Perché?

Un investitore che non “sente suoi” gli strumenti finanziari in cui ha investito ha una tolleranza al rischio molto inferiore. E già in funzione di questo si va, potenzialmente, a ridurre il rendimento atteso. Questo puoi farlo però solo se il portafoglio che strutturi è personalizzato e non standardizzato, altrimenti prendi gli strumenti che l’algoritmo ti consiglia e non hai margini importanti di modifica.

Certamente l'aspetto tecnico è molto importante, ma reputo che fiducia e rapporto col consulente lo siano altrettanto: personalmente miro ad una vera e propria crescita condivisa.

Infatti non è possibile che il cliente “senta suoi” gli strumenti finanziari se non è attivo nel processo di creazione del portafoglio. Il rapporto diretto e costante, soprattutto nella fase di creazione, è essenziale.

Generici step per la creazione:

  1. Alla base di tutto serve sicuramente la comprensione e l’accettazione chei mercati finanziari non sono prevedibili. Sembra facile ma non lo è affatto. Ci si può mettere poco a capirlo ma ci vogliono anni per accettarlo. E non tutti ci riescono. Io servo anche a questo. Per ricordartelo, sempre. Un sistema standardizzato te lo dice una volta, te lo scrive su una brochure o su report, ma più di tanto non può fare;
  2. Secondo passo: stabilire un range entro il quale il portafoglio potrà muoversi anche in caso di crisi ed i tempi di recupero attesi. Quindi capire quali sono stati i massimi drawdown storici del portafoglio e i suoi recovery periods. Questo è essenziale per sapere un valore minimo atteso del portafoglio ed è qualcosa di stimabile sia dal consulente che da un robo-advisor senza alcuna differenza.
  3. Conciliare gli strumenti giusti con gli strumenti che piacciono all’investitore. Siamo esseri irrazionali e, talvolta, la linea sottile tra il successo e l’insuccesso, tra il tenere le posizioni durante le crisi o vendere presi dalla paura è determinata dal credere o meno nel proprio portafoglio, nei propri assets, nel proprio consulente.

Questa è la differenza principale tra me ed un servizio di robo-advisory. Un robot è efficiente ed efficace. Ma non è umano. E se gli investitori non sono completamente razionali (verità inconfutabile), perché dovrebbero essere pienamente razionali le linee guida con cui si creano i portafogli? Io credo che la razionalità debba esserci al 90%. Quel 10% di personalizzazione che, alla fine dei conti, non cambia drasticamente il risultato in termini quantitativi (nel bene e nel male) permette però, all’investitore, di percorrere il cammino insieme in modo più sereno, piacevole e convinto.

Il ruolo più importante che ha un consulente o un robo-advisor è di essere un’assurance per il cliente. Da cosa? Da errori comportamentali, da crolli emotivi e da qualunque comportamento/azione che possa dare problemi al suo portafoglio.

Un robo-advisor è un’assurance più lieve, perché meno personalizzata. E questo ne giustifica anche i costi più bassi.

Un consulente è un’assurance più forte ed è per questo che il premio è più alto.

Ma sempre di assurance stiamo parlando.

Soprattutto per patrimoni importanti un grosso errore può creare danni, economici e psicologici, irreversibili.

E’ meglio arrivare ad avere un patrimonio da 3 milioni $ con una probabilità del 95% o di 3,2 milioni $ con una probabilità del 70%? Ammesso e non concesso che sia così. Minor costo non vuol dire (sempre) maggior guadagno. (i numeri sono indicativi ma i diretti interessati capiranno. E per diretti interessati intendo tutti coloro che hanno risparmi considerevoli e valutano quotidianamente come posizionarli nel modo più efficace ed efficiente possibile).

Ed è per questo che penso che, in quanto a protezione del proprio patrimonio, tenore di vita, status sociale e reputazionale etc. si debba (spesso) guardare a ciò che probabilisticamente ci dà maggiore sicurezza di risultato e riduce al minimo la probabilità di errore. In sostanza: ciò che ci difende di più da noi stessi.

"Se stesso" è il nemico numero 1 di qualunque investitore.

Ribadisco per l’ennesima volta: i soldi si fanno con il lavoro. Gli investimenti servono a rivalutare il patrimonio nel lungo termine (e con vigore, se ben fatti). Nulla più, nulla meno. Andare a caccia di rendimenti ed essere troppo “genovesi” nei costi è sterile e, prima o poi, si rischia di farsi male.

E’ necessario tutelarsi da questo nel modo migliore possibile e cercando di evitare di avere esaurimenti nervosi ad ogni ribasso o dedicando eccessivo tempo nella gestione del proprio denaro per focalizzarsi su ciò che effettivamente contribuisce in modo maggiore al risultato: il lavoro.

Non contano solo i risultati ma anche come ci si arriva.

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Davide Berti, consulente finanziario

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Torniamo ora al lato pratico.