Petrolio, il Brent scende nonostante le minacce: cosa guardare davvero

Brent intorno a 102 dollari, quarta seduta di calo, mentre Washington e Teheran alzano i toni. I flussi sauditi via Hormuz al massimo da sei mesi e cosa insegnano i precedenti shock geopolitici.

Trump minaccia l'Iran, ma il Brent scende ancora

Domenica Donald Trump ha avvertito l'Iran che rischia il collasso economico, o la rimozione della propria leadership, se non firmerà un accordo. Teheran ha risposto in giornata che lo stretto di Hormuz non verrà riaperto finché non saranno rispettate le condizioni del cessate il fuoco di giugno, e ha promesso una ritorsione «dolorosa». Stamattina il Brent tratta intorno ai 102 dollari al barile, in calo di circa due punti e per la quarta seduta di fila; il WTI si muove poco sopra i 98.

CNBC ha titolato «Iran vows "painful" retaliation as Trump piles on pressure», cioè l'Iran promette una ritorsione dolorosa mentre Trump aumenta la pressione. Il titolo riferisce le parole con precisione e apre a un'escalation, in una giornata in cui il greggio è sceso: su questo tipo di notizie conviene guardare il prezzo prima del titolo.

I barili, in effetti, continuano a uscire. L'oleodotto Est-Ovest è fermo dal 10 settembre dopo gli attacchi Houthi, ma i flussi sauditi attraverso Hormuz hanno toccato 2,8 milioni di barili al giorno nell'ultima settimana, il massimo da sei mesi secondo i dati satellitari citati da Bloomberg, e Aramco conta di riattivare metà della capacità della linea in pochi giorni e la totalità in circa sei settimane. Washington ha inoltre concesso i visti ai vertici iraniani per l'Assemblea generale dell'ONU.

Quanta offerta è ferma, e per quanto tempo, è la misura da cui dipende il prezzo in uno shock di questo tipo. I 7 milioni di barili al giorno che l'oleodotto poteva instradare verso il Mar Rosso sono capacità di trasporto, non produzione persa: il greggio esce comunque, da un porto diverso e con una rotta più lunga e più cara. Quanto all'Europa, l'AIE quantificava a giugno le importazioni dall'Arabia Saudita in 577 mila barili al giorno, poco più dello 0,5% di un consumo mondiale intorno ai 103 milioni.

Niente di tutto questo rende la situazione innocua. Il Brent viaggia oltre l'11% sopra il livello di un mese fa, sabato missili e droni hanno raggiunto obiettivi a Riyadh e impianti Aramco a Yanbu, e il consenso raccolto da CNBC colloca il greggio fra 90 e 110 dollari per il resto dell'anno: un intervallo così ampio è un modo garbato per dire che nessuno sa.

La lettura che proponiamo come Ufficio Studi, a chi legge queste notizie con un portafoglio davanti, è quella dei precedenti. Nel 2003, con l'invasione dell'Iraq, i mercati azionari cedettero intorno al 9% e recuperarono in due mesi; nel 2022, con l'invasione dell'Ucraina, la discesa fu di circa sette punti e il recupero arrivò in poche settimane. Negli anni Settanta la caduta superò il 40% e durò anni, perché l'interruzione dell'offerta era diventata permanente e aveva spostato stabilmente il livello dei prezzi dell'energia. La differenza sta lì, non nella gravità della notizia del giorno.

Da qui discende anche come si risponde: il rincaro alla pompa e in bolletta si affronta sul bilancio familiare, dove si può intervenire subito, mentre il portafoglio durante uno shock si giudica per com'era costruito prima. Chi ha vissuto il 2022 ricorderà quante volte, in quelle settimane, sembrò necessario fare qualcosa in fretta.

Fonte: CNBC, Bloomberg, Al Jazeera

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Davide Berti, consulente finanziario

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In un mondo basato sulle dinamiche economiche, dove troppo spesso le conoscenze finanziarie sono limitate o assenti, verificare la professionalità di un consulente è necessario quanto difficile. Per questo affianco al mio lavoro questo progetto di consapevolizzazione.

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