Perché Elon Musk ha pagato 44 miliardi per Twitter?

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Se Apple non avesse lanciato i podcast su iTunes, probabilmente Twitter non sarebbe mai esistito. Sembra un paradosso, ma è esattamente così.

La storia di Twitter

Se Apple non avesse lanciato i podcast su iTunes, probabilmente Twitter non sarebbe mai esistito. Sembra un paradosso, ma è esattamente così.

Nel 2004 infatti una piccola startup di San Francisco chiamata Odeo nasce con un obiettivo: diventare il punto di riferimento per ascoltare podcast. Il progetto sembra promettente, finché nel 2005 Apple decide di integrare i podcast direttamente dentro iTunes. Nel giro di pochi mesi il mercato su cui Odeo aveva costruito l'intera azienda viene praticamente azzerato.

A quel punto ai fondatori resta una sola possibilità: ricominciare da zero.

Tra loro c'è Jack Dorsey, un giovane programmatore che da bambino balbettava e aveva trovato nei computer un modo per comunicare con gli altri. 

Al fine trovare una soluzione alla crisi aziendale, il team organizza un hackathon interno, una giornata dedicata a sperimentare nuove idee.

È lì che Dorsey lancia una proposta tanto semplice quanto insolita: creare un servizio che permetta di inviare brevi aggiornamenti via SMS a un piccolo gruppo di amici, raccontando cosa si sta facendo in quel momento.

L'idea, all'inizio, non entusiasma quasi nessuno.

C'è però una persona che ci vede qualcosa di speciale: Noah Glass. È convinto che quei messaggi possano diventare un nuovo modo per restare connessi alle persone. E sarà lui, dopo aver sfogliato un dizionario, a trovare anche il nome: Twitter, il cinguettio degli uccelli, uno scambio rapido di brevi informazioni.

Il 21 marzo 2006 Jack Dorsey pubblica il primo messaggio della storia: "just setting up my twttr".

È solo un test interno. Ma, senza che nessuno lo sappia, è anche il primo tweet della storia

Twitter viene aperto al pubblico il 15 luglio 2006. Esattamente 20 anni fa.

All'inizio in pochi ne colgono davvero il potenziale. La svolta arriva nel 2007, al South by Southwest, la grande conferenza americana su tecnologia e cultura che si tiene ogni anno in Texas. I tweet dei partecipanti vengono proiettati su grandi schermi, l'attività sulla piattaforma esplode e Twitter viene premiata come migliore startup dell'anno. È il primo segnale che quel servizio può essere molto più di un semplice diario online.

La conferma arriva nel 2009. Il 15 gennaio, un Airbus della US Airways è costretto ad ammarare sul fiume Hudson, a New York. L’immagine che fa il giro del mondo non arriva da una redazione, ma da un passeggero su un traghetto, che la pubblica su Twitter pochi minuti dopo l’incidente.

Per la prima volta diventa chiaro un cambiamento: le notizie possono viaggiare sui social prima ancora che sui media tradizionali.

Da quel momento Twitter cambia identità. Non è più solo uno spazio per condividere pensieri personali, ma uno strumento per seguire gli eventi in tempo reale, raccontati da chi li sta vivendo.

Gli utenti aumentano rapidamente. Nel 2010 si contano già circa 50 milioni di tweet al giorno; nel marzo 2012 gli utenti attivi raggiungono quota 140 milioni e i tweet quotidiani salgono a 340 milioni.

Con una crescita di questo tipo e l’hype per tutto il mondo dei social network di quei anni la quotazione in Borsa è il passo successivo: servono capitali per crescere ed investire. Twitter debutta al New York Stock Exchange nel novembre 2013 a 26 dollari per azione, raccogliendo 1,8 miliardi di dollari. Alla chiusura della prima giornata la società vale già quasi 31 miliardi. Il mercato è euforico.

Dietro quella valutazione c'era un modello di business meno solido di quanto sembrasse.

Tra il 2018 e il 2019 Twitter aveva chiuso con oltre 1 miliardo di utile netto, con margini lordi sopra il 60%. 

Quei risultati però dipendevano quasi interamente dalla pubblicità, che rappresentava circa l'85% del fatturato. Il restante 15% arrivava dalla vendita di accesso ai dati a banche, fondi e aziende tecnologiche.

Il problema era che Twitter non era Facebook o Instagram, piattaforme costruite per intrattenere gli utenti e tenerli connessi il più a lungo possibile. Era la piattaforma delle conversazioni in tempo reale: notizie, politica e mercati finanziari. Un pubblico più ristretto e molto specializzato, prezioso per alcuni inserzionisti ma meno interessante per le campagne pubblicitarie di massa. Di conseguenza anche gli spazi pubblicitari valevano meno: in media, mille visualizzazioni di un annuncio su Instagram venivano pagate circa 8 dollari, mentre su Twitter poco più di 5.

I problemi emergono con chiarezza nel 2021 quando Twitter chiude con fatturato record di circa 5 miliardi, ma il bilancio è in perdita. I costi fissi in ricerca, sviluppo e personale non scendevano mai insieme ai ricavi, e bastava un rallentamento del mercato pubblicitario per mandare i conti in rosso.

Un'azienda con un'influenza enorme ma un modello di business difficile.

Ed è proprio qui che entra in scena Elon Musk, imprenditore visionario già alla guida di Tesla e SpaceX. Musk decide di acquistare Twitter, vedendolo come un’opportunità per controllare una delle principali piattaforme dove si formano informazioni e dibattito pubblico.

Nell'aprile 2022 presenta un'offerta da 54,20 dollari per azione, quasi il 40% in più rispetto al prezzo di mercato, valutando la società circa 44 miliardi. Il consiglio di amministrazione accetta e l'acquisizione si chiude il 27 ottobre 2022.

Ma come si finanzia un'acquisizione di queste dimensioni?

In finanza esiste uno strumento che permette di comprare un'azienda usando in parte i soldi dell'azienda stessa. Si chiama leveraged buyout

Leveraged Buyout: l’acquisizione di Musk

Per capirlo, pensa a come funziona un mutuo: vuoi comprare una casa da 500.000 euro, ne metti 100.000 di tasca tua e i restanti 400.000 li prendi in prestito dalla banca. Sei tu a ripagarlo ogni mese con il tuo stipendio.

Nel leveraged buyout la logica è simile, ma con una differenza fondamentale: il debito non resta in capo a chi compra, viene trasferito sull'azienda acquisita. Il vantaggio per chi compra è che invece di immobilizzare tutto il proprio capitale, ne mette solo una parte e lascia che sia l'azienda a ripagare il resto con i propri incassi futuri.

Nel caso di Twitter, Musk e i suoi co-investitori mettono circa 31 miliardi, il 70% del prezzo totale. 

I restanti 13 miliardi vengono prestati da un consorzio di banche guidato da Morgan Stanley e caricati direttamente sul bilancio di Twitter. Il pacchetto comprende un prestito a termine da 6,5 miliardi, una linea di credito da 500 milioni e due prestiti ponte da 3 miliardi ciascuno, per un debito totale pari a circa sette volte l'EBITDA, cioè sette anni del suo margine operativo lordo. Per un'acquisizione di questo tipo è un livello di indebitamento molto elevato. Basti pensare che prima dell'acquisizione Twitter pagava meno di 100 milioni l'anno di interessi. Dopo, quella cifra sale a 1,2-1,5 miliardi. 

Una volta presentata l'offerta, gli azionisti di Twitter si trovano davanti a una scelta: vendere le proprie azioni, incassando quel premio rispetto al valore di mercato, oppure opporsi all'operazione. La stragrande maggioranza accetta, Twitter viene ritirata dalla borsa e Musk ne diventa l'unico proprietario.

La prima mossa di Musk da proprietario è tagliare l'80% del personale e cambiare radicalmente le regole di moderazione dei contenuti. L'anno successivo arriva anche il rebranding: Twitter diventa X.

Le conseguenze sono immediate: molti grandi inserzionisti abbandonano la piattaforma, e i ricavi pubblicitari scendono da 4 miliardi nel 2022 a 2,3 miliardi nel 2023, fino a 1,7 miliardi nel 2024. Il fatturato complessivo passa da 4,4 a 2,5 miliardi in due anni. Fidelity stima il valore dell'equity intorno ai 12,5 miliardi nel 2025, contro i 44 miliardi pagati appena tre anni prima.

Musk però non se ne preoccupa troppo. Per lui il vero valore di Twitter non è mai stato nella pubblicità: è nella visibilità e soprattutto nel flusso costante di dati che milioni di utenti generano, dati preziosi per addestrare modelli di intelligenza artificiale.

Nel marzo 2025 xAI, la startup di intelligenza artificiale di Musk, acquisisce X in un'operazione che valuta la piattaforma circa 33 miliardi. L'obiettivo è collegare i dati generati dagli utenti ai modelli di AI per migliorarne l'addestramento. X cessa di essere un'azienda indipendente e diventa il cuore di un ecosistema più grande, dove dati, software e intelligenza artificiale iniziano a convergere sotto lo stesso tetto.

A febbraio 2026 arriva un'ulteriore riorganizzazione: SpaceX assorbe a sua volta xAI, portando tutte queste attività sotto un unico gruppo con una valutazione combinata di 1.250 miliardi di dollari

Pochi mesi dopo, a giugno 2026, SpaceX debutta in Borsa con una delle IPO più grandi della storia, raccogliendo circa 85 miliardi.

Conclusioni

Mettendo insieme tutti i pezzi, a quattro anni di distanza è più facile leggere questa operazione con una prospettiva diversa. Guardando ai soli bilanci, il prezzo pagato sembrava molto elevato. Ma è evidente che Musk attribuiva a Twitter un valore che andava oltre i suoi risultati economici.

Voi cosa ne pensate? È stata una mossa strategica di lungo termine o una scommessa molto cara?

Resto a disposizione per qualsiasi dubbio o domanda.

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Davide Berti, consulente finanziario

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In un mondo basato sulle dinamiche economiche, dove troppo spesso le conoscenze finanziarie sono limitate o assenti, verificare la professionalità di un consulente è necessario quanto difficile. Per questo affianco al mio lavoro questo progetto di consapevolizzazione.

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