La storia di Algida: da piccola gelateria a leader mondiale

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Il gelato ha origini antichissime: i Romani mescolavano neve e ghiaccio con miele e frutta. 

Gli origini di Algida

Il gelato ha origini antichissime: i Romani mescolavano neve e ghiaccio con miele e frutta. A Firenze, alla corte dei Medici, nel Cinquecento prende una forma più vicina a quella che conosciamo oggi, una crema fredda a base di latte, uova e zucchero. Resta però a lungo un prodotto di nicchia, riservato alle corti.

Bisogna arrivare al 1686, quando il siciliano Francesco Procopio dei Coltelli apre il Café Procope a Parigi e lo porta per la prima volta su scala commerciale.

Per secoli, però, il limite resta tecnico: la mantecazione è lenta e manuale, e senza una vera catena del freddo il gelato non può viaggiare. Si produce e si consuma quasi subito.

Nel dopoguerra la refrigerazione industriale si diffonde, i consumi di massa crescono e anche il gelato entra lentamente in una nuova fase. In Italia, però, il settore è ancora indietro rispetto ad altri Paesi. La tradizione c’è, ma mancano le tecnologie. È in questo contesto che entra in scena Alfred Wiesner, ingegnere di origine jugoslava, arrivato a Roma dopo la guerra. Tra il 1944 e il 1946 lavora alla Gelateria Fassi per gli approvvigionamenti delle forze alleate e osserva da vicino i limiti del settore.

È qui che, insieme a Italo Barbiani, tecnico della gelateria, nota una macchina americana capace di incorporare aria durante la mantecazione, aumentando il volume del prodotto senza comprometterne la cremosità. Per loro è un’opportunità.

Ne parlano con Giovanni Fassi, il proprietario del locale e storico gelatiere romano, ma lui rifiuta: non vuole trasformare la sua attività in produzione industriale. Wiesner e Barbiani decidono allora di proseguire da soli.

Nel 1946 aprono un piccolo laboratorio a Roma con macchinari dismessi dell’esercito americano. Lo chiamano Algida, dal latino algidus, “freddo”. Nasce così uno dei primi tentativi di gelato confezionato prodotto in serie.

Il primo prodotto è il Cremino: gelato alla panna, copertura di cacao e un bastoncino di legno. Semplice, ma pensato per essere venduto fuori dalla gelateria.

Resta però un grande limite: il cono. La cialda si inumidisce rapidamente e perde consistenza, rendendo il prodotto instabile dopo poche ore.

La soluzione arriva nel 1959 da una piccola azienda napoletana, la SPICA. L’idea è rivestire l’interno del cono con uno strato di cioccolato e grasso vegetale prima di aggiungere il gelato. Quel “difetto” naturale del cioccolato che si accumula sul fondo diventa un elemento distintivo: nasce il Cornetto.

Il modello funziona, il marchio si diffonde in tutta Italia e inizia ad attirare l’attenzione dei grandi colossi del settore.

Nel 1964 arriva la svolta. Unilever, colosso anglo-olandese dei beni di consumo e proprietario di marchi che spaziano dai detergenti agli alimenti, acquisisce Algida.

Con Unilever alle spalle cambia tutto. Algida non è più una piccola azienda romana: entra in una macchina produttiva e distributiva globale. 

Dodici anni dopo, nel 1976, arriva il brevetto del Cornetto. Il cono napoletano, quasi sconosciuto fuori da Napoli, inizia a comparire nei bar di tutta Europa.

Nel 1989 Unilever, in collaborazione con la cioccolateria belga Callebaut, lancia il Magnum: gelato alla vaniglia con una copertura di cioccolato più spessa. Il lancio europeo arriva nel 1992 e diventa subito il prodotto più venduto del gruppo, con margini nettamente superiori al resto del portafoglio.

Per decenni Algida presidia il mercato quasi monopolisticamente: il Cornetto e la Coppa del Nonno per gli adulti, mentre Eldorado copre il mondo dei bambini con Calippo, Cucciolone e Twister

Negli anni Novanta Unilever lavora anche sull'identità del marchio, cercando un simbolo unico e immediatamente riconoscibile in tutto il mondo. Nasce così, nel 1998, il celebre cuore bianco su sfondo rosso, destinato a diventare uno degli elementi più iconici del brand e una presenza fissa nei frigoriferi di bar e stabilimenti balneari.

Nel 2000 il gruppo rafforza ulteriormente il suo posizionamento con l’acquisizione di Ben & Jerry’s, il marchio americano super-premium nato nel Vermont nel 1978. Un’operazione strategica: un brand forte sul piano del posizionamento e della redditività.

All’inizio degli anni Duemila la divisione gelati del gruppo è una vera potenza. In Italia fattura oltre 1 miliardo di euro e controlla tra il 50% e il 60% del mercato dei gelati confezionati, pensate che un competitor come Sammontana resta intorno ai 160 milioni.

La cosa che però colpisce è che il vantaggio competitivo non passa solo dai marchi, ma soprattutto dalla distribuzione. Unilever installa gratuitamente oltre 100.000 freezer nei bar italiani e, in cambio, ottiene l’esclusiva sui gelati venduti. Una mossa che crea una rete capillare che consolida la leadership sul territorio.

Negli anni successivi il portafoglio si allarga ancora, con l’ingresso di GROM nel 2015 e Yasso nel 2023.

Ma è proprio questa espansione che fa emergere in modo sempre più marcato un limite strutturale. Il gelato è un business diverso dal resto di Unilever: non beneficia delle stesse sinergie logistiche e operative delle altre categorie e richiede invece una catena logistica dedicata, investimenti specifici e una forte dipendenza dalla stagionalità.

Una fragilità che diventa ancora più evidente nel periodo del Covid, quando le abitudini di consumo vengono stravolte e il settore mostra tutta la sua sensibilità agli shock esterni. Quando le performance iniziano a rallentare i grandi fondi nell'azionariato come BlackRock e Vanguard spingono per una semplificazione. Il gelato deve essere scisso dal business principale del gruppo.

La nascita di The Magnum Ice Cream Company

Il 1° luglio 2025, nasce The Magnum Ice Cream Company. con sede ad Amsterdam.

La scissione prevede che chi aveva azioni Unilever ne riceve una di Magnum ogni cinque. La valutazione iniziale è 9 miliardi di dollari

Una società che fattura quasi 8 miliardi di euro l'anno, con una quota di mercato globale di oltre 20%: più di 1 gelato su 5 venduto nel mondo è loro. Numeri che la rendono il leader assoluto del settore.

Il nome può trarre in inganno: The Magnum Ice Cream Company non è ovviamente solo l’azienda del Magnum. Il suo portafoglio si basa su quattro marchi principali:

  • Heartbrand (Algida in Italia e i marchi equivalenti nel resto del mondo) è il brand più grande per volumi, con circa 2,8 miliardi di euro di fatturato. Ha i margini più bassi del gruppo per via del posizionamento e degli elevati costi distributivi. 
  • Magnum è il marchio premium e il più redditizio che dà il nome alla società, con circa 1,8 miliardi di euro di ricavi. 
  • Ben & Jerry’s genera circa 1,1 miliardi di euro di fatturato e margini simili a Magnum, ma la maggiore incidenza dei costi degli ingredienti ne riduce la redditività. 
  • Cornetto vale circa 700 milioni di euro. Il prodotto forte nel canale bar, mentre nei supermercati affronta una concorrenza più intensa da parte delle marche private.

Come va oggi il business: diversificazione e shrinkflation

Ma in tutto questo, come sta andando il gruppo in Italia?

Tra Algida, Magnum e Cornetto, il gruppo detiene ancora quasi la metà dei volumi nei bar e circa 350 milioni nella grande distribuzione. Numeri importanti, ma negli ultimi anni la penisola è un mercato difficile. Non è un problema che riguarda solo l'Italia. In tutti i mercati occidentali i grandi marchi del gelato stanno affrontando le stesse difficoltà. Come mai?

La prima sfida è la concorrenza. I consumatori sono meno fedeli ai brand e più attenti al prezzo, mentre i supermercati spingono sempre di più le proprie marche private, che oggi rappresentano circa il 40% del mercato retail del gelato. 

Nel frattempo, avanzano nuovi competitor: Ferrero, con Kinder e Nutella Gelato, o Froneri con i marchi come Häagen-Dazs e Maxibon per citarne due.

A cambiare però non è soltanto il panorama competitivo. Cambiano anche le preferenze dei consumatori: cresce l'attenzione verso calorie, zuccheri e qualità degli ingredienti. E si stanno diffondendo farmaci come Ozempic e Wegovy, i cosiddetti GLP-1, che riducono l'appetito e il desiderio di cibi dolci. Negli Stati Uniti alcune categorie di snack iniziano già a sentirne l'effetto. In Europa siamo ancora agli inizi, ma è una variabile che il settore tiene d'occhio.

Tutto questo sta mettendo sotto pressione il gelato confezionato tradizionale. Sempre più consumatori si chiedono se il prezzo richiesto sia ancora giustificato e, in molti casi, trovano un'alternativa nel gelato artigianale. In Italia il settore vale ormai oltre 3 miliardi di euro e continua a crescere.

A complicare ulteriormente il quadro si è aggiunto il forte aumento dei costi delle materie prime. Negli ultimi tre anni il cacao ha triplicato il proprio prezzo, mentre le nocciole sono aumentate di oltre il 50% nel solo 2025. Per aziende come Magnum significa sostenere costi sempre più elevati proprio sugli ingredienti che caratterizzano molti dei prodotti più venduti.

Per il gruppo si apre quindi un problema delicato: come assorbire rincari di questa portata senza compromettere la domanda? Trasferire interamente gli aumenti ai consumatori rischia infatti di renderli ancora più sensibili alle alternative, che si tratti delle marche private dei supermercati o del gelato artigianale.

È proprio per questo che il gruppo ha adottato una strategia meno evidente: la shrinkflation. Invece di aumentare bruscamente i prezzi, si riduce gradualmente la quantità di prodotto. In fondo è molto più difficile accorgersi di qualche grammo in meno nella confezione che di 50 centesimi in più sul cartellino.

Chi è cresciuto negli anni Novanta ricorda bene quando bastavano 1.000 lire per un gelato preso al bar. Il Cornetto, che nei primi anni 2000 costava intorno a 0,90 euro, oggi arriva facilmente a circa 2,50 euro, il Magnum da circa 1,20 euro fino ai 3 euro. 

Verrebbe naturale pensare che l’aumento di prezzo vada di pari passo con una qualità migliore o una porzione più generosa. Ed in realtà no…proprio a causa della shrinkflation.

Il Magnum Classic è sceso da circa 86 grammi dei primi anni Duemila a circa 70–75 grammi di oggi, mentre il Cornetto è passato da circa 85–90 grammi a circa 70–80 grammi. Non si è trattato di un taglio netto, ma di piccoli aggiustamenti nel tempo, quasi impercettibili: una riduzione qua, un ritocco alla ricetta là, qualche variazione nel packaging.

Ed è proprio questa gradualità a renderla una strategia così efficace: abbastanza lieve da passare inosservata nel breve periodo, ma costante nel tempo. Alla fine, il risultato è semplice e difficile da ignorare: si paga di più per avere meno.

Oltre a ciò, per spingere le vendite si guarda fuori dall'Europa, verso i mercati emergenti. In Asia, Medio Oriente e Africa la crescita organica è all’11% nel 2025, con margini quasi doppi rispetto all'Europa. Turchia, Pakistan, Cina e Indonesia trainano le vendite. E l'India si sta rivelando il mercato più promettente di tutti: Magnum lì cresce del 50% e il gruppo ha appena acquisito una quota di controllo del principale produttore locale.

La crescita nei mercati emergenti rappresenta quindi uno dei principali pilastri su cui il gruppo punta per il futuro. Un aspetto particolarmente rilevante considerando che il primo anno da società indipendente non è stato semplice: la separazione da Unilever ha comportato oltre 560 milioni di euro di costi straordinari una tantum, che hanno ridotto il free cash flow a soli 38 milioni.

Spese legate principalmente alla riorganizzazione del gruppo e destinate a venir meno nei prossimi anni, ma che oggi impattano molto.

Conclusioni 

Il mercato però guarda oltre il breve periodo. Una volta completata la transizione, il gruppo punta a generare tra 800 milioni e 1 miliardo di euro di free cash flow annuo a partire dal 2028. Gli analisti stimano una crescita dei ricavi di poco meno del 4% annuo e degli utili per azione del 6,5% nei prossimi tre anni.

La vera incognita resta quella dei consumi. È ancora presto per dire se quello che stiamo vedendo sia un cambiamento strutturale o una fase di transizione.

La vera sfida sarà dimostrare che il gruppo può continuare a crescere anche fuori dall'orbita di Unilever, in un mercato sempre più competitivo e con consumatori sempre più sensibili al prezzo.

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Davide Berti, consulente finanziario

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In un mondo basato sulle dinamiche economiche, dove troppo spesso le conoscenze finanziarie sono limitate o assenti, verificare la professionalità di un consulente è necessario quanto difficile. Per questo affianco al mio lavoro questo progetto di consapevolizzazione.

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