Cosa succederebbe se guadagnassimo tutti lo stesso reddito?

Difficoltà:

Tempo di lettura: 8 min

L'1% più ricco della popolazione mondiale possiede più ricchezza del restante 95% dell'umanità" 

L’ipotesi di un reddito uguale per tutti

A partire da questi dati facciamo una riflessione, magari un po’ provocatoria: ma cosa accadrebbe se da domani guadagniamo tutti la stessa cifra?

Prima di farlo, però, una piccola distinzione è necessaria. Quando parliamo di “guadagni uguali” ci riferiamo al reddito, non al patrimonio. Il reddito è ciò che entra ogni mese, lo stipendio. Il patrimonio, invece, è ciò che si accumula nel tempo: case, risparmi, investimenti.

Da qui possiamo iniziare a ragionare su cosa potrebbe accadere in uno scenario del genere.

Se tutti guadagnassimo lo stesso, chi oggi guadagna meno vedrebbe ovviamente il proprio reddito aumentare. E chi guadagna di più, diminuire. In un mondo del genere, la povertà relativa non esisterebbe: se tutti ricevono la stessa cifra, per definizione nessuno è sotto la media.

Ma quanto potrebbe essere questo stipendio uguale per tutti? 

Un valore ragionevole potrebbe essere la mediana del reddito italiano, un valore non distorto dai redditi più alti né da quelli più bassi. Oggi in Italia si aggira intorno ai 1.650 euro netti al mese.

I pro

Partendo da questo numero, il cambiamento per chi sta in basso sarebbe enorme. Secondo i dati ISTAT, nel 2024 circa 5,7 milioni di persone non riescono a coprire i bisogni essenziali come cibo, casa ed energia. 

Il 10% più povero della popolazione dispone di un reddito che non supera gli 800 euro al mese.

Livellare i redditi alla mediana significherebbe per queste persone raddoppiare le proprie entrate. 

Ma l'effetto non si fermerebbe a chi è in estrema difficoltà. Quasi un italiano su quattro è classificato da Eurostat a rischio povertà o esclusione sociale. Per questa fascia di popolazione, un reddito più alto significherebbe colmare una distanza concreta con il resto della società. 

Con meno disparità economiche, chi oggi fatica a coprire i bisogni essenziali avrebbe maggiori possibilità di accedere a una vita più stabile. E chi nasce in una famiglia con meno risorse partirebbe meno svantaggiato di oggi su fronti come l'istruzione, la stabilità abitativa e il credito.

Prendiamo un esempio: con 800 euro al mese, considerando che gli istituti di credito generalmente richiedono che la rata del mutuo non superi un terzo del reddito netto, il massimo sostenibile si ferma a circa 265 euro, troppo poco per accedere al mercato. Con un reddito vicino alla mediana, salirebbe a circa 550 euro, rendendo possibili soluzioni oggi fuori portata.

Insomma, solo che in Italia, per una fascia di popolazione importante, apparentemente ci sarebbe un risvolto incredibilmente significativo sulla qualità di vita conseguibile. 

C'è poi un secondo aspetto che vale la pena considerare se tutti avessero lo stesso identico reddito: il lavoro. 

Oggi la scelta della professione è spesso condizionata da quanto paga e dalle prospettive di carriera. Quanti di noi hanno scelto una facoltà anche pensando alle prospettive economiche? Quanti hanno rinunciato a una passione perché "non dà da mangiare"? 

In un mondo a salari uguali, questa pressione sparirebbe. Si sceglierebbe in base a ciò che si sa fare, a ciò che si ama fare, a ciò a cui si sente di poter contribuire. Un'idea che, almeno in teoria, ha qualcosa di affascinante: il medico per vocazione, l'insegnante per passione, l'ingegnere per curiosità.

Oltre agli effetti economici, ce ne sarebbero probabilmente anche di sociali. 

In una società più omogenea sotto il profilo economico, alcune delle tensioni più comuni nella vita quotidiana potrebbero attenuarsi: il confronto continuo con chi sta meglio, la pressione sociale di dover dimostrare il proprio valore attraverso quello che si guadagna o che si possiede. 

Quando queste pressioni si allentano, potrebbero ridursi anche alcuni dei comportamenti estremi che ne derivano. 

È un tema su cui la ricerca si è molto concentrata. 

Richard Wilkinson e Kate Pickett, due ricercatori britannici che hanno dedicato decenni allo studio delle disuguaglianze sociali, hanno analizzato dati su decine di paesi trovando una correlazione tra disuguaglianza e criminalità, dalla violenza alle dipendenze.

Fin qui il quadro sembra quasi convincente, è evidente. 

Ma c'è un'altra metà della storia che vale la pena raccontare.

I contro

Quali sarebbero i problemi derivanti da redditi tutti uguali? 

Già, perché non possiamo non escludere le possibili ripercussioni negative. 

Il primo problema è pratico, e viene prima di qualsiasi altra considerazione: chi stabilisce quella cifra? Noi abbiamo usato la mediana, ma non è una domanda banale.

Significa decidere quanto vale il lavoro di milioni di persone diverse, con competenze e responsabilità molto differenti. Oggi questa cifra la determina il mercato: domanda e offerta di lavoro, contrattazione, competizione tra imprese. Un sistema tutt'altro che perfetto, ma che ha il vantaggio di distribuire l'informazione tra milioni di attori invece di concentrarla in una sola decisione. 

Senza mercato, servirebbe un'autorità centrale incaricata di decidere. E questo introduce una criticità strutturale: nessun pianificatore può raccogliere tutta l'informazione dispersa tra milioni di lavoratori, imprese e settori. Due economisti dell'Università di Chicago, Hsieh e Klenow, stimano che nei paesi in cui il lavoro non si sposta verso gli usi più produttivi si perde tra il 30% e il 60% della produttività potenziale. A questo si aggiunge un ulteriore rischio: forti incentivi a trovare soluzioni alternative, più o meno lecite, per aggirare il sistema e integrare il reddito.

Insomma, ci sarebbero azzardi di corruzione non da poco. 

C'è poi un secondo problema centrale: gli incentivi. In teoria, senza pressione economica, si sceglierebbe il lavoro per passione. Ma questa visione sottovaluta qualcosa di importante.

Il denaro non è solo una ricompensa: è un segnale che orienta le scelte nel tempo. Quando si tratta di decidere se intraprendere un percorso lungo e impegnativo, quella prospettiva economica conta. Pensiamo a un diciottenne che valuta l’iscrizione alla facoltà di medicina: anni di università, specializzazione, turni pesanti, grandi responsabilità. È un sacrificio enorme. E anche con vocazione, sapere che quello sforzo sarà adeguatamente ricompensato fa parte della scelta. Se quella “certezza” venisse meno, il numero di persone disposte a percorrere quella strada si ridurrebbe.

Facciamo un esempio per capire meglio cosa si intende per “ricompensa adeguata”. 

Immagina una classe in cui il professore dice: “Il voto sarà uguale per tutti: la media della classe”. Quanti studierebbero come prima? Probabilmente pochi. Non per pigrizia, ma perché viene meno il legame tra sforzo e risultato.

Lo stesso vale su larga scala. Se la retribuzione è indipendente dall’impegno, la spinta a fare di più si indebolisce. E una società in cui meno persone si formano, rischiano e innovano è una società che produce meno.

Ma c’è un passaggio ulteriore. In una classe con voto uguale per tutti, non solo cala l’impegno: anche il risultato complessivo tende a peggiorare. Se tutti studiano “da sei”, la media resta sei e può anche scendere se qualcuno si impegna meno. Il professore non può garantire un voto alto a tutti, perché può distribuire solo ciò che la classe produce.

Lo stesso vale per l’economia. Uno Stato non può fissare un reddito elevato uguale per tutti, perché la ricchezza dipende da quanto si produce complessivamente: se lavoro e produttività calano, cala anche il totale disponibile.

È il vincolo della scarsità: non si può distribuire più di quanto si crea. E stampare più denaro non lo supera, perché senza crescita reale si traduce in inflazione e perdita di potere d’acquisto.

Le economie pianificate ne sono un esempio spesso studiato. Nell’Unione Sovietica, crescita e produttività sono state inferiori rispetto alle economie di mercato, anche per la debolezza degli incentivi a migliorare, innovare e rischiare.

Se la produttività cala, l’economia cresce meno. E se cresce meno, la “torta” da dividere si riduce. Quei 1.650 euro non sono un numero fisso: dipendono dalla ricchezza prodotta. In un’economia meno dinamica, anche quel valore tenderebbe a scendere.

Il paradosso è questo: livellare i redditi oggi potrebbe significare avere meno da distribuire domani.

Ed anche a livello di benessere individuale, il quadro è più sfumato di quanto sembri. È vero che una società più omogenea economicamente avrebbe meno tensioni legate al confronto materiale. Ma lo stress non sparirebbe. Le persone competono e si differenziano indipendentemente dal reddito: per status, per riconoscimento, per carriera. 

Senza contare il fatto che senza incentivi economici, alcuni lavori potrebbero essere svolti con meno motivazione, con effetti sulla qualità dei servizi che tutti riceviamo.

Infine, sul legame con la criminalità, la correlazione con la disuguaglianza esiste, ma non è diretta dipende anche da molti altri fattori: dalla qualità delle istituzioni, dal livello di istruzione, dalla fiducia nella comunità.

Conclusioni

Tutto questo ci porta a una domanda concreta: se uno stesso stipendio per tutti non funziona, ma troppa disuguaglianza fa male, perché i problemi descritti prima riguardo il nostro paese ci sono e sono reali, quale dovrebbe essere il livello ideale?

È una domanda che gli economisti si pongono da decenni. Uno degli strumenti più usati per misurarla è il coefficiente di Gini. Funziona come un termometro: su una scala da zero a cento, zero significa che tutti guadagnano uguale, cento significa che una persona sola ha tutto e gli altri niente. 

In generale, più alto è il valore del Gini, maggiore è la disuguaglianza nella distribuzione dei redditi.

E guardando questi dati insieme emerge qualcosa di interessante. I paesi che ottengono i migliori risultati su salute, benessere e opportunità si trovano quasi tutti in una fascia tra 25 e 32. È un range che sembra trovare un equilibrio: abbastanza disuguali da mantenere gli incentivi a fare di più, abbastanza uguali da garantire a tutti una possibilità reale di vivere una vita dignitosa.

Ma c'è un altro aspetto che vale la pena considerare. 

Quello che motiva davvero una persona non è solo quanto guadagna oggi, ma la sensazione che domani possa andare meglio. Che il punto di partenza non sia per forza il punto di arrivo. Questo è esattamente il concetto di mobilità sociale: la capacità di migliorare la propria posizione economica nel corso della vita.

Una società con alta mobilità è una società meritocratica, in cui il talento e l'impegno pesano più della famiglia in cui si è nati. 

E cosa può fare una persona per migliorare la propria situazione nel tempo? 

Tre sono gli strumenti che, se usati bene, fanno la differenza: istruzione, risparmio e investimento. Studiare apre opportunità che altrimenti resterebbero fuori portata. Risparmiare dà stabilità e un margine per affrontare gli imprevisti senza trovarsi in difficoltà. E poi c'è l'investimento, che è il più potente dei tre. Perché non si limita a conservare quello che guadagni, ma lo fa crescere nel tempo. Anche in un mondo in cui tutti guadagnassero uguale, chi investe si ritroverebbe anni dopo in una posizione economica completamente diversa.

Ma per poter utilizzare questi strumenti serve una condizione di base: avere un margine reale tra quello che entra e quello che si spende ogni mese. Senza questo spazio, risparmiare è difficile. Investire, impossibile.

Ed è qui che la disuguaglianza torna ad essere un problema concreto. In una società troppo diseguale, chi sta in basso non raggiunge mai quella condizione di partenza. Rimane tagliato fuori dagli strumenti che potrebbero migliorare la sua situazione.

Ma l'estremo opposto non funziona. Azzerare le differenze di reddito toglierebbe quegli incentivi che spingono le persone a formarsi, a rischiare, a creare. E senza incentivi la crescita rallenta, le opportunità si riducono, e alla fine c'è meno per tutti.

La risposta, quindi, non sta in nessuno dei due estremi. Sta nel trovare un equilibrio in cui le distanze esistono, ma non diventano così grandi da escludere chi vorrebbe fare il primo passo. Perché quando troppi non riescono mai a farlo, non è solo una questione di giustizia. È un problema che, nel lungo periodo, riguarda tutti.

Fonti

Chang-Tai Hsieh & Peter J. Klenow, 2009. "Misallocation and Manufacturing TFP in China and India," The Quarterly Journal of Economics, President and Fellows of Harvard College, vol. 124(4), pages 1403-1448.

Pickett, K., & Wilkinson, R. (2010). The spirit level. Penguin Books.

Resto a disposizione per qualsiasi dubbio o domanda.

Hai dubbi sull'efficienza o la pianificazione del tuo portafoglio di investimenti? Clicca qui e compila il modulo!

Davide Berti, consulente finanziario

Se vuoi rimanere aggiornato sui contenuti finanziari in tempo reale seguimi sulla mia pagina instagram!

Macroeconomia e analisi di mercato

Sostenibilità e finanza innovativa sono due importanti driver per il futuro degli investimenti. La sostenibilità deve considerare il rispetto di determinati criteri da parte di strumenti e/o aziende, con un occhio di riguardo verso l’ambiente e la parità di genere; la finanza innovativa sarà un importante driver che porterà alla creazione di nuove soluzioni di investimento: essere al corrente delle principali è fondamentale.

Gli ultimi articoli dal blog

Mission

In un mondo basato sulle dinamiche economiche, dove troppo spesso le conoscenze finanziarie sono limitate o assenti, verificare la professionalità di un consulente è necessario quanto difficile. Per questo affianco al mio lavoro questo progetto di consapevolizzazione.

Mission

In un mondo basato sulle dinamiche economiche, dove troppo spesso le conoscenze finanziarie sono limitate o assenti, verificare la professionalità di un consulente è necessario quanto difficile. Per questo affianco al mio lavoro questo progetto di consapevolizzazione.