Prendiamo un professionista che fattura 85.000 euro.
I regimi fiscali per una Partita Iva
Prendiamo un professionista che fattura 85.000 euro. Come tutte le partite IVA italiane, deve scegliere tra due regimi fiscali: il regime forfettario, con una tassazione agevolata, e il regime ordinario, soggetto alle normali aliquote IRPEF.
Ipotizzando che non sostenga costi particolarmente elevati, il forfettario risulta nettamente più conveniente: in questo regime non si deducono i costi reali, ma si applica un coefficiente di redditività che trasforma i ricavi in reddito imponibile. Nel suo caso, il 78% dei 85.000 euro viene tassato con un’imposta sostitutiva del 15%, per un netto di circa 60.400 euro l’anno.
A parità di fatturato, nel regime ordinario il reddito verrebbe invece tassato con aliquote IRPEF progressive, a cui si aggiungono le addizionali regionali e comunali. Il netto scenderebbe a circa 42.100 euro. Quasi 18.000 euro in meno.
Ma quegli 85.000 euro non sono un numero scelto a caso: è il tetto massimo del regime. Se fatturi 86.000 euro, mille euro in più, non hai più scelta: esci dal forfettario e finisci nell'ordinario. L'INPS si calcola sull'intero reddito, l'IRPEF segue gli scaglioni progressivi, e si aggiungono le addizionali. Il netto scende a circa 42.500 euro. Mille euro di fatturato in più, quasi diciottomila euro in meno in tasca.
Ovviamente sono numeri indicativi. Ma danno l'ordine di grandezza.
E non è nemmeno tutto. Nel forfettario non devi applicare l'IVA, non devi versarla, non devi gestirla. Niente registri, niente dichiarazioni periodiche. Un alleggerimento che, per una piccola attività, può valere quanto il risparmio fiscale stesso.
A questo punto sembra quasi che il regime ordinario non sia neanche da considerare.
In realtà ci sono casi in cui il confronto si fa più equilibrato: quando hai molte spese.
Pensa a un agente di commercio con chilometri di trasferte ogni mese, o a un artigiano con materie prime costose. Nel forfettario quei costi non si considerano, nel regime ordinario si deducono. Più alti sono i costi reali, più il vantaggio del forfettario si riduce.
Detto questo, chi inizia potrebbe partire con pochi costi. E in quella fase il forfettario conviene quasi sempre. È un incentivo a mettersi in gioco.
Il problema è che le attività, quando vanno bene, crescono: arrivano nuovi clienti, si inizia ad investire sull’attività e i costi aumentano. E proprio quando il regime ordinario inizierebbe ad avere più senso, ci si ritrova anche ad avvicinarsi alla soglia degli 85.000 euro.
E superarla, come abbiamo visto, costa quasi diciottomila euro in meno in tasca.
La “zona morta”
Si crea così una "zona morta": per un certo intervallo di fatturato, ogni euro guadagnato in più porta a casa meno di prima.
Per uscirne davvero, cioè per guadagnare almeno quanto si guadagnava a 85.000 euro in forfettario, bisogna arrivare a circa 130.000 euro di fatturato. Il 53% in più rispetto alla soglia.
Senza contare che nel regime ordinario devi anche applicare l'IVA al 22% ai tuoi clienti. Ciò significa che i tuoi prezzi diventano automaticamente più alti del 22% rispetto a un concorrente che è ancora in forfettario. Una pressione competitiva in più.
Tu cosa faresti al posto di quel professionista? Resteresti sotto la soglia o proveresti a superarla?
È comprensibile quindi che chi si avvicina alla soglia tenda a scegliere di non crescere: si rifiutano commesse, si rimanda, si aspetta.
Uno studio dell'Università di Bologna lo ha documentato analizzando i comportamenti reali dei lavoratori autonomi italiani: i professionisti arrivano a ridurre il proprio fatturato fino a 19.000 euro pur di non uscire dal regime.
E non è un fenomeno isolato. Guardando la distribuzione delle partite IVA forfettarie per fascia di fatturato, ci si aspetterebbe una curva regolare. Invece no: appena sotto la soglia si forma ogni volta un picco anomalo, quello che gli economisti chiamano "bunching", ovvero un ammassamento di contribuenti che si fermano un passo prima del limite.
Ogni volta che il limite è stato alzato, lo stesso fenomeno si è ripresentato: un numero anomalo di partite IVA che si ferma esattamente un passo prima della nuova soglia. È accaduto nel 2018, quando il tetto è passato a 65.000 euro. È accaduto di nuovo nel 2023, con il passaggio a 85.000 euro quando il numero di partite IVA concentrato appena sotto quella cifra è risultato più del doppio rispetto a quello che ci si aspetterebbe in una distribuzione normale.
Per il singolo contribuente è una scelta razionale. Ma quando milioni di persone rispondono allo stesso incentivo, gli effetti si sentono sull'intera economia in due modi.
Il primo è fiscale: il regime forfettario pesa sulle casse dello Stato circa 2,5 miliardi di euro l'anno in minori entrate, secondo il Rapporto sulle Spese Fiscali del Ministero dell'Economia.
Il secondo effetto riguarda la concorrenza. Chi si avvicina alla soglia, come abbiamo visto, tende a frenare la propria crescita pur di restare nel regime più vantaggioso. Ma c'è chi va oltre: supera la soglia, ma dichiara meno del dovuto per non uscire dal forfettario. In questo modo continua a pagare meno tasse e a non applicare l'IVA, con un vantaggio di prezzo che non deriva da maggiore produttività. Come ha evidenziato anche la Banca d'Italia, chi invece è in regola e paga tutto non riesce a competere sullo stesso prezzo e rischia di perdere clienti. Il problema non è quindi solo la perdita di gettito fiscale, ma anche l’efficienza del sistema.
Non sorprende quindi che il tema sia finito al centro delle critiche delle istituzioni internazionali. Da tre anni la Commissione Europea segnala i rischi legati alle distorsioni concorrenziali, al freno alla crescita e all'evasione fiscale; il Fondo Monetario Internazionale, nel 2025, si è spinto fino a suggerirne l'abolizione.
Eppure, sarebbe sbagliato chiudere il ragionamento solo sui problemi. Il forfettario non è per forza un qualcosa di negativo per l’economia italiana. Ha fatto quello per cui era stato pensato: abbassare le barriere burocratiche, rendere il lavoro autonomo accessibile a chi voleva provarci senza essere subito schiacciato dal sistema fiscale.
Lo sappiamo bene che in Italia mettersi in proprio non è mai stato semplice, e per molti questo regime è stata l'unica strada praticabile. Del resto, circa la metà dei forfettari dichiara ricavi inferiori a 20.000 euro l'anno: numeri ben lontani dal tetto degli 85.000 euro.
Non sorprende quindi che ancora oggi circa la metà delle nuove partite IVA lo scelga: meno burocrazia, meno tasse, meno rischio.
Il confronto internazionale
Ma siamo davvero così strani rispetto al resto d'Europa?
Non proprio. Quasi tutti i paesi europei hanno qualche forma di regime semplificato per le piccole attività. Il fatto è che i regimi che funzionano davvero allo stesso modo sono pochissimi.
La Francia ha un regime chiamato micro-entrepreneur con aliquote dall'1% al 2,2% sul fatturato, soglia a 77.700 euro, esenzione IVA inclusa. La Polonia funziona in modo simile (Ryczałt), ma con aliquote più alte, fino al 17% per le libere professioni. La Croazia va ancora oltre (Paušalni Obrt): soglia a 60.000 euro e un'aliquota effettiva di appena l'1,8% sul fatturato lordo.
Il resto d'Europa funziona diversamente: se sei piccolo sei esente dall'IVA, ma sul reddito paghi comunque le imposte progressive come tutti. È una semplificazione burocratica, non un risparmio fiscale. Ed è qui che sta il punto che Bruxelles contesta: chi guadagna la stessa cifra dovrebbe pagare le stesse tasse, che sia dipendente o partita IVA. In economia si chiama equità orizzontale. E il forfettario, su questo, è difficile da difendere effettivamente.
Ma il dibattito va ben oltre il forfettario. La domanda di fondo è più grande: funziona meglio una tassazione piatta, dove tutti pagano la stessa percentuale indipendentemente da quanto guadagnano, o una progressiva, dove le aliquote salgono con il reddito e chi guadagna di più contribuisce proporzionalmente di più? Non c'è una risposta assoluta, ma la storia recente dà qualche indicazione.
Negli anni '90 i paesi dell'Est avevano un problema concreto: sistemi fiscali deboli, evasione diffusa, investimenti esteri quasi assenti. La soluzione scelta da molti è stata un'aliquota unica per tutti. Ha funzionato: l'evasione è calata, le imprese straniere sono arrivate, le economie sono cresciute.
Ma una tassa piatta chiede la stessa percentuale a chi guadagna poco e a chi guadagna molto. Quando quelle economie si sono sviluppate e i governi hanno dovuto finanziare sanità, pensioni e welfare, i conti hanno iniziato a non tornare. La Slovacchia ha abbandonato la sua flat tax nel 2013, la Lettonia nel 2018. Persino l'Estonia, simbolo storico della flat tax, dal 2025 ha alzato la propria aliquota dal 20% al 22% e introdotto una soglia di reddito esente per chi guadagna meno.
In sintesi: la tassazione piatta funziona bene per far emergere il sommerso e semplificare sistemi fiscali fragili. Il suo limite è che raccoglie meno da chi guadagna di più, e questo diventa un problema quando uno Stato deve finanziare servizi pubblici complessi.
Conclusione
Non mi occupo di politica fiscale, e non sta a me dire se e come andrebbe riformato. Quello che posso fare è guardare i dati con onestà, e questi raccontano due cose vere allo stesso tempo.
A livello di sistema i dati suggeriscono alcune criticità: potrebbe rallentare la crescita, creare qualche distorsione sulla concorrenza, ridurre il gettito. Ma c'è un altro lato della medaglia. In un paese dove mettersi in proprio è sempre stato complicato e rischioso, il forfettario ha abbassato le barriere e dato a milioni di persone la possibilità di provarci. Ed è difficile ignorare anche questo.
La sfida, quindi, è trovare il modo di tenere quello che ha funzionato, senza pagare il prezzo di quello che non funziona.
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Fonte: Francesco Alosa, 2023. "Estimating the Elasticity of Turnover from Bunching: Preferential Tax Regimes for Solo Self-employed in Italy"
