Se oggi ti chiedessero a che età andrai in pensione e quanto prenderai, sapresti rispondere? Per molti italiani la risposta non sarebbe così immediata.
Come funziona il sistema pensionistico?
Se oggi ti chiedessero a che età andrai in pensione e quanto prenderai, sapresti rispondere? Per molti italiani la risposta non sarebbe così immediata. Nel sistema pensionistico italiano non esiste una regola uguale per tutti: la data di uscita dal lavoro e l'importo dell'assegno dipendono da diversi fattori. Fattori che cambiano da persona a persona…
Le variabili che impattano maggiormente sono l'età anagrafica e gli anni di contributi versati. Ma conta anche quando si è iniziato a lavorare, perché da questo dipende il sistema con cui verrà calcolata la pensione.
- Chi ha iniziato a versare contributi prima del 1996 rientra almeno in parte nel sistema retributivo o misto, in cui l'assegno viene calcolato anche sulla base degli ultimi stipendi percepiti.
- Chi invece ha iniziato a lavorare dopo quella data rientra interamente nel sistema contributivo, basato sui contributi accumulati nel corso della carriera
Quando potrai andare in pensione?
Fatta questa premessa, quando si può andare in pensione oggi?
In Italia le strade principali per andare in pensione sono due, valide per tutti i lavoratori.
La prima è la pensione di vecchiaia, la via standard: si accede a 67 anni con almeno 20 anni di contributi versati. Uguale per tutti, con una eccezione per chi ha iniziato a lavorare dopo il 1996. In questo caso la pensione maturata deve superare la soglia dell'assegno sociale 2026, pari a 546,24 euro mensili. Chi non ci arriva deve aspettare i 71 anni.
La seconda è la pensione anticipata ordinaria: non si guarda all'età, ma agli anni di contributi versati. Servono 42 anni e 10 mesi per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne. Chi ci arriva può smettere di lavorare indipendentemente dall'età.
In ogni caso, uscire prima ha un costo: i contributi accumulati sono meno e devono coprire più anni di pensione. La pensione sarà dunque più bassa.
Il nome può trarre in inganno: “anticipata” non vuol dire per forza andare via presto, perché dipende da quando si inizia a lavorare. Chi ha cominciato a 20 anni ci arriva a 62, ma se hai studiato più a lungo e sei entrato nel mondo del lavoro tardi puoi arrivarci anche vicino ai 70.
Proprio per questo motivo esiste anche una possibilità pensata per chi ha iniziato a lavorare dopo il 1996 e, pur avendo iniziato più tardi, ha comunque costruito una posizione contributiva solida: la pensione anticipata a 64 anni.
Richiede due condizioni: almeno 20 anni di contributi effettivi, cioè versati lavorando, non contano quelli figurativi come malattia o disoccupazione, e un assegno già maturato superiore a 1.638,72 euro lordi mensili. Questa seconda condizione è quella più selettiva: per raggiungerla serve in genere una carriera continuativa con una retribuzione media di almeno 35.000 euro lordi annui.
Queste sono le strade principali.
Accanto a queste, il sistema prevede una serie di misure riservate a chi si trova in situazioni particolari. Non sono per tutti, ma vale la pena sapere che esistono.
L'APE Sociale è pensata per chi non riesce ad arrivare alla pensione ordinaria perché ha perso il lavoro, si prende cura di un familiare non autosufficiente, ha un'invalidità civile di almeno il 74% o svolge lavori particolarmente faticosi. Si accede dai 63 anni e 5 mesi, con almeno 30 anni di contributi (36 per i lavori gravosi). Non è una pensione definitiva ma un assegno ponte fino a un massimo di 1.500 euro al mese, che accompagna fino alla vecchiaia. È confermata fino al 31 dicembre 2026.
Chi ha iniziato a lavorare giovanissimo, prima dei 19 anni, può accedere alla pensione per i lavoratori precoci: bastano 41 anni di contributi invece dei 42 anni e 10 mesi ordinari, a patto di rientrare nelle categorie tutelate dell'APE Sociale.
Per chi ha svolto per anni lavori fisicamente molto pesanti esistono due strade. Chi lavora in settori usuranti come gallerie, rimozione amianto o trasporto pubblico può uscire con la Quota 97,6, che richiede almeno 61 anni e 7 mesi e 35 anni di contributi. Chi ha invece una riduzione della capacità lavorativa almeno all'80% può andare in pensione a 61 anni gli uomini e 56 le donne, ma solo se dipendente privato.
Un discorso a parte meritano Quota 103 e Opzione Donna: ne avrete sentito parlare in passato, oggi non esistono più e sono accessibili solo a chi aveva già maturato i requisiti entro le scadenze previste, rispettivamente il 31 dicembre 2025 e il 31 dicembre 2024.
Ed è anche per questo che parlare di pensioni significa parlare di regole in continua evoluzione.
I cambiamenti non riguardano però solo le singole misure, ma anche i requisiti generali per la pensione. Questo perché il sistema è legato alla speranza di vita e alla sua sostenibilità: se si vive più a lungo, aumenta anche il periodo di erogazione delle pensioni.
Dal 2027 i requisiti inizieranno infatti a salire automaticamente ogni due anni in base alla speranza di vita ISTAT: un mese in più nel 2027, tre mesi totali dal 2028. Dal 2029 potrebbe esserci un ulteriore scatto di tre mesi, e dal 2031 altri due. Le proiezioni della Ragioneria Generale dello Stato stimano che l'età pensionabile potrebbe avvicinarsi ai 69 anni entro il 2050. Più si è giovani, più si dovrà lavorare a lungo.
Un esempio pratico
Proviamo a rendere tutti questi concetti più concreti con un esempio pratico.
Marco ha 53 anni, lavora come dipendente privato dal 1996 e quindi rientra interamente nel sistema contributivo puro. Ha uno stipendio lordo di circa 40.000 euro annui, una carriera regolare senza interruzioni significative.
Con questo profilo, Marco ha davanti tre strade:
La prima, quella che gli permette di uscire prima, è la pensione anticipata a 64 anni: riservata ai contributivi puri con almeno 20 anni di contributi effettivi e un assegno sopra la soglia minima, condizioni che soddisfa entrambe. Con gli adeguamenti futuri già incorporati, le stime indicano una prima data utile intorno a metà 2038, quando avrà circa 65 anni e 3 mesi. L'assegno sarebbe di circa 1.744 euro mensili netti, il 65,3% dell'ultimo stipendio netto di circa 2.672 euro: quasi 930 euro al mese in meno rispetto a quando lavorava.
Se decide di aspettare, può puntare alla pensione anticipata ordinaria, quella da 42 anni e 10 mesi di contributi: le stime la collocano intorno ad inizio 2040, quando avrà circa 67 anni. Quasi due anni di lavoro in più che si traducono in un assegno di 1.935 euro mensili netti, il 70,2% dell'ultimo stipendio: 191 euro al mese in più rispetto alla prima opzione, per sempre.
Se vuole massimizzare l'assegno può aspettare ancora e andare in pensione con la pensione di vecchiaia, la terza opzione. In questo caso le stime collocherebbero la pensione intorno a metà 2041, quando avrà circa 68 anni. L'assegno salirebbe a 2.068 euro mensili netti, il 73,8% dell'ultimo stipendio: il più alto dei tre scenari, ma conquistato lavorando quasi tre anni in più rispetto alla prima opzione.
Cosa conviene fare?
Ma quindi vale la pena aspettare quasi due anni per avere la pensione più alta?
Facciamo i conti. Se Marco sceglie la pensione anticipata invece di aspettare l'anticipata ordinaria, porta a casa circa 22 mesi di pensione in anticipo: in totale circa 38.000 euro. Ma da quel giorno in poi l'assegno sarà 190 euro al mese più basso, per sempre. Per recuperare quei 38.000 euro ci vogliono 17 anni.
Secondo i dati ISTAT, gli uomini vivono in media 81,4 anni e le donne 85,5. Per Marco il pareggio va oltre la sua aspettativa di vita: statisticamente, anticipare gli converrebbe.
I numeri come sempre raccontano però solo una parte della storia. La scelta dipende anche da chi sei e da come è fatta la tua vita, e ci sono almeno due domande concrete da porsi.
La prima: vale la pena lavorare ancora? Se hai un lavoro stabile e soddisfacente, restare fino ai 67 anni ha senso: ogni mese in più si traduce in una pensione più alta per sempre. Ma se il lavoro è diventato stressante, faticoso o semplicemente non ti appartiene più, il calcolo cambia. A 65 anni hai ancora energia, salute e voglia di fare cose. A 75 meno. Lavorare quasi due anni in più per guadagnare 191 euro al mese di pensione significa vendere quasi due anni di libertà per poco più di 2000 euro annui: ognuno decide se ne vale la pena. E poi c'è la situazione familiare da considerare: un partner già in pensione, genitori da assistere, tempo da dedicare ai nipoti. Sono tutte variabili che nessun calcolatore riesce a misurare.
La seconda domanda è: puoi permetterti di prendere meno? Chi ha una rendita passiva, una partita IVA o dei risparmi già accumulati non dipende interamente dalla pensione pubblica per coprire le spese mensili. Questo cambia il calcolo in modo significativo: se non sei costretto a spendere tutta la pensione, puoi investirne una parte ogni mese. Quell'investimento genera rendimenti che si sommano all'assegno, spostando il punto di pareggio sempre più avanti nel tempo, fino al punto in cui anticipare conviene quasi certamente.
Chi invece vive esclusivamente della pensione pubblica non ha questa leva. Ogni euro in meno pesa davvero, mese dopo mese, e aspettare diventa la scelta più prudente.
La scelta giusta non esiste in assoluto. Dipende da chi sei, da quello che hai costruito e da cosa vuoi fare degli anni che hai davanti.
Al di là di questa scelta, c'è un dato che vale per tutti e che spesso viene sottovalutato: la pensione pubblica non sostituirà interamente il reddito da lavoro. La domanda è solo di quanto.
A misurare questo rapporto c'è il tasso di sostituzione: il rapporto tra la prima pensione e l'ultimo stipendio. Per chi è andato in pensione nel 2020 con una carriera regolare da dipendente privato era in media dell'81,5%.
Per chi è interamente nel contributivo puro, quel numero è già oggi più basso: le stime indicano un range del 55-70%, a seconda degli anni versati e dell'età di uscita.
Nel caso di Marco, scegliendo la prima opzione disponibile, le stime indicano un tasso di sostituzione di circa il 65%: su 2.672 euro di ultimo reddito netto, la pensione ne copre circa 1.744. Praticamente 930 euro al mese in meno, ogni mese, per tutta la durata della pensione.
Saperlo oggi fa la differenza. Significa che c'è ancora tempo per costruire qualcosa di proprio che affianchi la pensione pubblica. Il modo più efficace è semplice: mettere da parte una quota del reddito ogni mese e investirla, lasciandola crescere nel tempo.
Torniamo a Marco. Se invece di aspettare iniziasse oggi a mettere da parte una quota del reddito e investirla, ipotizzando un rendimento medio del 5% annuo e di voler far durare il capitale fino ai 100 anni, i numeri cambiano.
Se inizia oggi, con 12 anni davanti alla pensione, mettendo da parte il 10% del reddito netto, circa 267 euro al mese, arriva alla pensione con circa 53.000 euro accumulati, sufficienti a integrare l'assegno di circa 250 euro al mese. Salendo al 20% l'integrazione sale a circa 520 euro, con il 30% si superano i 157.000 euro e si colma oltre l'80% del gap.
Ma la differenza vera la fa il tempo. Se avesse iniziato nel 1996, dal primo giorno di lavoro, con lo stesso 10% il patrimonio sarebbe di circa 445.000 euro, il gap completamente colmato, con un'integrazione di oltre 2.200 euro al mese. Con il 20%, quasi 890.000 euro e oltre 4.400 euro al mese di integrazione.
Non conta solo quanto si mette da parte. Conta quando si inizia. E chi inizia oggi ha un alleato in più: in Italia i versamenti a un fondo pensione complementare sono deducibili fino a 5.164 euro annui, con una tassazione finale più favorevole rispetto a quella ordinaria. Per Marco questo si traduce in circa 1.500 euro di tasse risparmiate ogni anno.
Conclusioni
In conclusione, abbiamo capito che il sistema pensionistico italiano è complesso, cambia continuamente e quasi certamente darà meno di quanto ci si aspetta. Ma sapere tutto questo oggi è già un vantaggio. Perché significa che c'è ancora tempo per agire.
La domanda giusta da farsi oggi quindi non è "quando mi fa andare in pensione lo Stato?" È "cosa posso fare oggi perché quella data dipenda un po' meno dallo Stato e un po' più da me?" E se vuoi iniziare a ragionare su questo, sai dove trovarmi.
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