Giorgia Meloni è la prima donna a guidare il governo italiano nella storia della Repubblica. È al vertice dell’esecutivo da quasi tre anni, diventando uno dei governi più longevi degli ultimi tempi.
Da quando è Presidente del Consiglio ha dichiarato una media di circa 300.000 euro all'anno di reddito complessivo, a cui si aggiungono tra rimborsi e indennità parlamentari circa 12.500 euro netti al mese.
Ma al di là dei numeri personali: quanta influenza esercita Giorgia Meloni quando si parla di economia e mercati?
Il Presidente del Consiglio è il capo del governo italiano. Guida e coordina i ministri, presiede il Consiglio dei ministri – dove si approvano leggi, decreti e nomine – e rappresenta l’Italia ai G7 e nei vertici europei.
Sulla carta è una carica potente.
Ma nella realtà quanto margine d’azione ha davvero? E, soprattutto, quanto può influenzare i mercati finanziari e quindi i nostri investimenti?
Presidente del Consiglio e mercati: il ruolo diretto
Uno dei canali più diretti in cui le decisioni del governo influenzano i mercati è la spesa pubblica: quanto si decide di spendere, dove e con quali strumenti.
Queste scelte cambiano le prospettive di guadagno delle aziende coinvolte e, di conseguenza, la loro profittabilità.
Più investimenti = più ricavi, più utili, più possibilità di remunerazione per gli azionisti;
Più tagli = meno ricavi, più costi, meno profitti.
Prendiamo un esempio recente.
Ad agosto 2023, il governo di Giorgia Meloni annunciò una tassa sugli extra-profitti delle banche. Subito dopo l’annuncio, le azioni dei principali istituti crollarono in Borsa. Il motivo è semplice: la tassa riduce i profitti attesi delle banche, e i mercati reagiscono immediatamente, adeguando il prezzo delle azioni alle nuove prospettive di guadagno.
Ma non tutte le decisioni del governo hanno effetti negativi. Alcune possono far salire i titoli. Per esempio, quando sono stati introdotti nuovi bonus edilizi, le aziende del settore hanno visto crescere le loro azioni. Parliamo di nomi come Webuild o Maire Tecnimont, attive nelle grandi opere e infrastrutture: più cantieri e più lavori significano più ricavi, e gli investitori reagiscono subito, anticipando questo incremento di profitti.
Lo stesso valeva per la spesa militare. Quando il Ministro della Difesa Guido Crosetto annunciò un aumento del budget militare, aziende come Leonardo e Fincantieri, produttrici di sistemi d’arma, radar e infrastrutture navali, ne beneficiarono. Più fondi significavano più commesse, e i titoli salirono anticipando i profitti attesi, prima che i contratti venissero effettivamente firmati.
L’influenza del governo sui mercati va oltre tasse, incentivi o stanziamenti.
Una leva più strutturale è il controllo diretto di aziende quotate. Attraverso la Cassa Depositi e Prestiti (CDP), partecipata dallo Stato e attiva in infrastrutture e settori strategici, l’esecutivo detiene quote significative in società come Poste, Terna, ENI e Snam. Non si tratta di semplici investimenti: lo Stato può incidere sulle decisioni chiave, dalla nomina dei vertici alle scelte strategiche. Ogni variazione nelle partecipazioni della CDP si riflette immediatamente sui prezzi dei titoli.
Un altro strumento importante è il Golden Power, che consente di bloccare operazioni considerate sensibili per la sicurezza nazionale. Nel 2025, ad esempio, il governo Meloni impedì l’acquisizione di Banco BPM da parte di UniCredit. L’annuncio generò mesi di incertezza e forte volatilità dei titoli, mostrando come decisioni politiche possano influenzare le quotazioni indipendentemente dai risultati finanziari delle aziende.
Il ruolo indiretto
Ma l’influenza del governo non si limita agli interventi diretti. Esiste anche una dimensione più sottile ma altrettanto rilevante: il modo in cui la politica plasma il contesto economico in cui operano tutte le aziende.
Il mondo della finanza non si concentra solo su tasse, incentivi o stanziamenti: valuta l’insieme delle condizioni del Paese, il suo quadro economico e politico. L’Italia è percepita come stabile e affidabile? I mercati la considerano credibile?
Questa percezione ha effetti concreti: incide sugli investimenti esteri, sulla liquidità che circola nell’economia e sui costi di finanziamento sia per lo Stato sia per le imprese.
Un indicatore chiave della fiducia dei mercati è lo spread, cioè la differenza tra i rendimenti dei titoli di Stato italiani e quelli dei paesi considerati più sicuri, come la Germania.
Quando lo spread aumenta, significa che gli investitori percepiscono l'Italia come più rischiosa. Di conseguenza, lo Stato deve pagare tassi più alti per finanziarsi. I titoli di Stato già in circolazione tendono a scendere di prezzo perché offrono cedole meno attraenti rispetto a quelli di nuova emissione – che, paradossalmente, diventano più convenienti proprio quando il Paese è percepito come meno stabile.
Questo effetto si ripercuote anche sulle aziende: se i tassi di interesse sono più alti, ci sono meno risorse per manovre economiche, ottenere prestiti diventa più costoso, c'è meno fiducia dall'esterno.
Al contrario, spread basso significa fiducia: costi di finanziamento più bassi per Stato, maggiori investimenti, più interesse da parte degli investitori esteri.
La particolarità di questa dimensione è che tende a trascendere il singolo mandato di governo.
Per avere effetto reale serve medio-lungo periodo: stabilità, continuità, coerenza. La fiducia non si costruisce in mesi. I mercati guardano avanti e scontano il futuro: le turbolenze politiche sono rumore di breve periodo, assorbito rapidamente.
Tutto ciò che abbiamo visto finora riguarda soprattutto le aziende italiane.
Ma cosa succede per gli investimenti all’estero? Lo Stato ovviamente non può influenzare direttamente la performance di società straniere…ma può decidere quanto paghi di tasse sui tuoi guadagni.
La fiscalità
Se sei residente in Italia, le regole fiscali determinano quanto ti resta in tasca: plusvalenze, dividendi e interessi sono tassati al 26%, mentre i titoli di Stato italiani restano al 12,5%. Queste aliquote cambiano con la legge di bilancio e nel tempo hanno un impatto significativo, soprattutto grazie all’interesse composto.
Non è un caso isolato: le criptovalute hanno visto la tassazione passare da regimi più favorevoli al 26%, fino alla proposta del 2025 di portarla al 42% sui guadagni più elevati. Anche l’oro fisico da investimento recentemente è stato oggetto di discussioni sul trattamento fiscale.
La fiscalità non incide solo su quanto si paga sui guadagni, ma anche su quanto si può dedurre dal reddito imponibile. Per esempio, i fondi pensione consentono di detrarre fino a 5.300 euro l’anno, limite recentemente aggiornato dal governo Meloni con la Legge di Bilancio 2026.
Tali agevolazioni dipendono dalle scelte politiche e possono variare da una manovra all’altra, influenzando nel tempo il risparmio effettivo degli investitori.
Al netto di ciò, va detto che il potere del governo, per quanto sulla carta importante, non è mai assoluto.
Ogni decisione deve fare i conti con due vincoli concreti: il Parlamento e le regole europee su deficit, debito e investimenti. Il margine di manovra reale è più limitato di quanto si possa pensare, e ogni scelta richiede mediazioni, compromessi e coerenza con le regole comuni….
Conclusioni
Ma alla luce di tutto questo, cosa significa concretamente per te come investitore?
Se investi principalmente in Italia, nonostante i vincoli che abbiamo visto, un buon andamento del governo può fare la differenza: spread basso, aziende che pagano meno per finanziarsi, contesto favorevole. Le decisioni politiche contano.
Ma se non investissi principalmente in Italia?
Qui cambia tutto. E forse è giusto che sia così. Guarda questi numeri.
L'Italia rappresenta circa l'1,7-1,8% dell'economia mondiale misurata sul PIL. Se guardiamo alla capitalizzazione di mercato – il valore complessivo di tutte le aziende quotate – il peso è ancora più ridotto. Piazza Affari vale in totale circa 1.000 miliardi di euro, di cui il FTSE MIB rappresenta circa 850 miliardi.
Per capire quanto sia piccola questa cifra, il mercato azionario americano vale oltre 62.000 miliardi di dollari – più di 60 volte Piazza Affari. La sola Microsoft vale circa 3.500 miliardi di dollari, più di tre volte l'intera borsa italiana.
In un portafoglio correttamente diversificato, l'Italia dovrebbe pesare quanto pesa nella realtà: circa il 2%, forse meno. Totalmente marginale.
Questa scelta, nel lungo termine, avrebbe potuto dare grandi soddisfazioni.
I mercati guardano alla continuità nel tempo, e quando osserviamo le performance su decenni emerge il vero significato di “lungo periodo”: che ci sia Meloni, Draghi, Conte o chiunque altro, oggi il FTSE MIB è ancora sotto i livelli del 2000.
Un ipotetico risparmiatore che ha iniziato a investire su azioni italiane nel 2000 potrebbe essere potenzialmente ancora in perdita dopo 25 anni. Nello stesso periodo, l'S&P 500 ha fatto oltre il +400%.
Quindi, tornando alla domanda iniziale: quanto può davvero influenzare i tuoi investimenti chi siede a Palazzo Chigi?
La risposta è: meno di quanto pensi, se investi correttamente. Un portafoglio ben costruito rende la politica italiana – che ci sia Meloni o chiunque altro – irrilevante per i tuoi rendimenti.
Resto a disposizione per qualsiasi dubbio o domanda.
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