Perché il Vaticano ha lanciato due indici azionari?

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Qualche settimana fa è uscita la notizia che la chiesa ha lanciato due indici azionari. 

Il Vaticano lancia due indici azionari

Qualche settimana fa è uscita la notizia che la chiesa ha lanciato due indici azionari. 

Il Morningstar IOR US Catholic Principles Index, focalizzato sul mercato americano ed il Morningstar IOR Eurozone Catholic Principles Index, focalizzato sull'area euro. 

A costruirli tecnicamente ci ha pensato Morningstar, uno dei principali fornitori di dati finanziari al mondo. A definire i criteri etici da rispettare è stato l'Istituto per le Opere di Religione, più noto come IOR, ovvero la banca della Santa Sede. 

Anche se banca è un termine che va preso con le pinze.

Non ha sportelli aperti al pubblico e non puoi aprirci un conto corrente. I suoi clienti sono ordini religiosi, diocesi, dipendenti vaticani e ambasciate accreditate presso la Santa Sede. Fondato nel 1942 da Papa Pio XII, gestisce oggi un patrimonio di circa 6 miliardi di euro per oltre 12.000 clienti con appena 105 dipendenti.

Non una banca qualunque, ma uno strumento indispensabile per gestire le finanze di un'organizzazione unica nel suo genere.

La Chiesa cattolica non è uno Stato come gli altri, non è una multinazionale, non è una fondazione: è qualcosa di difficile da inquadrare, con una struttura economica complessa e una missione senza equivalenti. 

A livello globale gestisce un patrimonio immobiliare che alcune stime collocano intorno ai 2.000 miliardi di euro: oltre alle chiese…musei, ospedali, università e opere caritative in ogni continente. 

Un'organizzazione che gestisce flussi finanziari significativi: secondo il bilancio consolidato 2024 della Segreteria per l'Economia, la Santa Sede ha incassato circa 1,23 miliardi di euro, tra immobili, Musei Vaticani, gestione ospedaliera e donazioni dei fedeli, e ne ha spesi circa 1,28 miliardi tra personale, nunziature diplomatiche e sostegno alle Chiese nel mondo. 

Gestire flussi di questa portata richiede competenze finanziarie precise. Ed è esattamente per questo che esiste lo IOR.

Ma c'è un aspetto che va oltre la gestione operativa. Da sempre la Chiesa cerca di offrire un indirizzo morale ai propri fedeli, di essere un punto di riferimento non solo nella vita spirituale ma anche nelle scelte quotidiane: dalla bioetica alla giustizia sociale, dalla tutela dell'ambiente alla dignità del lavoro. 

Sul piano finanziario però questo indirizzo in un certo senso mancava: non esisteva uno strumento pratico che traducesse quei principi in criteri di investimento oggettivi e condivisi.

E la domanda era concreta. Secondo l'Università Cattolica di Milano, nella sola Europa il cosiddetto "capitale cristiano", cioè gli investimenti riconducibili a istituzioni e investitori di fede cattolica, supera gli 800 miliardi di euro: diocesi, parrocchie, fondazioni, ordini religiosi, realtà molto diverse tra loro ma tutte con la stessa esigenza di investire in modo coerente con i propri valori.

Ed è esattamente per rispondere a questa esigenza che nascono gli indici di cui abbiamo sentito parlare negli ultimi giorni: per offrire uno standard comune, costruito secondo criteri precisi e certificato da un operatore indipendente. 

Ma cosa sono esattamente da un punto di vista tecnico?

Come funziona un indice

Un indice finanziario è una misura che fotografa l'andamento di un gruppo di titoli in un unico numero. Si seleziona un paniere di aziende secondo criteri precisi, si assegna a ciascuna un peso proporzionale alla sua dimensione in borsa e si calcola ogni giorno come si muove il valore complessivo di quel paniere. 

Il più famoso al mondo è lo S&P 500, l’indice che raggruppa le 500 maggiori aziende americane quotate. Quando al telegiornale dicono che Wall Street ha guadagnato l'1% oggi, si riferiscono esattamente a questo numero. 

L’indice non si può comprare direttamente: è solo una fotografia in tempo reale del mercato, creata da società specializzate chiamate index provider, che decidono quali titoli includere, come pesare ciascuno e ogni quanto aggiornare la composizione.

Quando un indice viene usato per valutare la performance di un gestore di investimenti, prende il nome di benchmark. Dichiararlo in anticipo è un gesto di trasparenza, perché permette a chiunque di confrontare i risultati in modo oggettivo e verificabile.

Da questi indici sul mercato vengono creati gli ETF (Exchange Traded Fund), fondi che replicano automaticamente la composizione dell’indice acquistando le stesse azioni con gli stessi pesi. 

In altre parole, l’indice è il modello di riferimento, mentre l’ETF è lo strumento concreto che permette di investire davvero.

Ma come si costruisce concretamente un indice cattolico?

Si parte dall'universo di tutte le grandi e medie aziende quotate sui mercati regolamentati, negli Stati Uniti per un indice e nell'area euro per l'altro, quindi parliamo di migliaia di società. Da questo universo si applicano filtri di esclusione basati sulla Dottrina Sociale della Chiesa: in sostanza vengono eliminate tutte le aziende la cui attività è in contrasto con i valori cattolici. 

Concretamente, fuori le aziende coinvolte in servizi abortivi, produzione di farmaci contraccettivi, utilizzo di cellule staminali embrionali, produzione di armi controverse e attività con impatto significativamente negativo sull'ambiente. E non si guarda solo al prodotto principale ma anche alle partecipazioni e alle attività collaterali, perché un'azienda può apparire innocua in superficie e avere esposizioni problematiche attraverso le sue controllate.

Tra quelle che superano questi filtri si selezionano le 50 con la maggiore capitalizzazione di mercato a flottante libero, cioè quella parte del valore aziendale effettivamente disponibile alla compravendita in borsa. 

Le aziende più grandi pesano proporzionalmente di più, quelle più piccole di meno.

Ed è proprio guardando chi è rimasto dopo questa scrematura che si capisce perché la notizia abbia fatto discutere. 

Nell'indice cattolico americano troviamo Meta, Amazon, Nvidia, Tesla e Apple come titoli principali, con pesi attorno al 5% ciascuno, per una capitalizzazione complessiva che supera i 28.000 miliardi di dollari

Nell'indice europeo il titolo più pesante è ASML, seguito da Deutsche Telekom, SAP, Banco Santander e Hermès, per una capitalizzazione di circa 3.000 miliardi di euro

Sono i protagonisti indiscussi dei mercati globali degli ultimi anni, ma anche aziende che nel tempo hanno sollevato domande sull'impatto dei social network sulla salute mentale, sulle condizioni di lavoro nella logistica, sui consumi energetici legati all'intelligenza artificiale. 

Come è possibile che siano dentro un indice cattolico? La risposta sta nella logica dei filtri: questi escludono settori specifici, ma non analizzano il modello di business nella sua interezza. Meta vende pubblicità, Amazon vende prodotti online, Nvidia produce chip: nessuna di queste attività rientra nelle categorie escluse. Ecco perché passano il filtro.

Le performance degli indici

Ma a monte di tutto ciò, conviene investire in questi indici? Come stanno andando?

Prima di rispondere vale una precisazione importante: al momento non sono ancora prodotti acquistabili dal pubblico. Morningstar ha però calcolato le performance retroattivamente dal marzo 2015: l'indice americano ha reso oltre il 400% e quello europeo circa il 110%, in linea con i principali mercati globali nello stesso periodo. 

Numeri molto positivi…non per caso però.

Selezionando le 50 aziende più grandi tra quelle che superano i filtri, il risultato finale assomiglia inevitabilmente ai grandi indici tradizionali, che nell'ultimo decennio hanno performato molto bene. Anche meglio.

E questo ci porta a una riflessione più generale che vale per qualsiasi prodotto di questo tipo. Più si filtrano le aziende, più si restringe l'universo investibile e più ci si allontana dall'allocazione naturale del mercato. E allontanarsi dal mercato, storicamente, ha un costo. 

Lo dice chiaramente il report SPIVA redatto da S&P Global: nel decennio scorso il 94% dei fondi azionari denominati in euro focalizzati sul mercato americano ha sottoperformato il proprio benchmark, e in Europa la percentuale supera l'83%. Non perché i gestori fossero incompetenti, ma perché allontanarsi dall'allocazione di mercato ha quasi sempre un prezzo nel lungo periodo.

C’è poi un secondo effetto da considerare. In generale, più si escludono settori, più le aziende rimanenti si somigliano: si muovono insieme, reagiscono agli stessi eventi e il portafoglio risulta meno diversificato di quanto sembri. Lo stesso vale spesso per gli indici ESG: filtrare alcuni settori non basta a creare qualcosa di davvero diverso dai benchmark tradizionali, e il risultato è un portafoglio simile ma più costoso.

Conclusioni

Ma c'è una domanda di fondo ancora più profonda che si può sollevare: fino a che punto i filtri settoriali riescono davvero a catturare l'etica di un'azienda? Escludere tabacco e armi è semplice, ma valutare se il modello di business di una grande azienda tecnologica sia compatibile con la dignità della persona è un esercizio ben più complesso. 

È davvero possibile tradurre un sistema di valori in un benchmark di mercato senza accettare compromessi? Non è un problema esclusivo della finanza cattolica: è la stessa sfida che affrontano tutti i fondi costruiti attorno a criteri etici specifici. Ogni volta che si introducono filtri si accetta implicitamente un trade-off tra coerenza con i propri principi e rendimento. Non c'è una risposta giusta in assoluto. Dipende da cosa si considera più importante.

Resto a disposizione per qualsiasi dubbio o domanda.

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Davide Berti, consulente finanziario

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Mission

In un mondo basato sulle dinamiche economiche, dove troppo spesso le conoscenze finanziarie sono limitate o assenti, verificare la professionalità di un consulente è necessario quanto difficile. Per questo affianco al mio lavoro questo progetto di consapevolizzazione.

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