Il calcio è lo sport più popolare del pianeta. Oltre quattro miliardi di persone lo seguono in qualche forma.
Con il tempo, questa passione si è trasformata in qualcosa di molto più grande di uno sport. Il calcio è diventato una vera industria globale. I cinque principali campionati europei generano complessivamente oltre 20 miliardi di euro all'anno, impiegano migliaia di persone e alimentano un indotto che va ben oltre il rettangolo di gioco.
Ma con tutti questi soldi che girano, come stanno davvero i conti dei club? È un settore che genera ricchezza o la distrugge? E soprattutto: ha senso investirci?
Il calcio professionistico è un settore ad altissima intensità di capitale. I migliori calciatori costano decine, a volte centinaia di milioni di euro, gli stadi richiedono investimenti rilevanti e la partecipazione alle competizioni europee comporta costi crescenti. Chi non investe rischia di restare indietro sportivamente, perdendo proprio quell'accesso alle coppe che rappresenta una delle principali fonti di ricavo. Un circolo in cui risorse finanziarie e risultati sportivi si alimentano a vicenda.
È in questo contesto che il calcio ha iniziato ad attrarre investitori molto diversi dal tradizionale presidente-tifoso: fondi internazionali che vedono nei club europei un asset ancora sottovalutato rispetto al suo potenziale.
Il risultato è un cambiamento profondo negli assetti proprietari. Su 20 squadre di Serie A, 11 hanno oggi proprietà straniere: Oaktree controlla l'Inter dal 2024, il Milan appartiene a RedBird Capital, la Roma al Friedkin Group, la Fiorentina a Rocco Commisso. Persino il Como, promosso in Serie A da due anni, è della famiglia Hartono, il cui conglomerato indonesiano vale circa 40 miliardi di dollari. Le proprietà italiane sono ormai una minoranza: la Juventus degli Agnelli tramite Exor, il Napoli di De Laurentiis, la Lazio di Lotito, il Torino di Cairo.
Le fonti di entrata e di uscita dei club
Ma come funziona davvero il business del calcio? Come si finanziano i club e cosa pesa di più sui bilanci?
La componente più importante di entrata sono i diritti televisivi. Nella stagione 2024/25 i venti club si sono divisi circa 1,5 miliardi di euro, ma non in parti uguali: contano i risultati sportivi, i piazzamenti storici e il seguito televisivo. L'Inter, vincitrice del campionato e finalista di Champions League, è la squadra che ha incassato di più: oltre 80 milioni. I club retrocessi meno di 30 milioni.
Accanto alla televisione ci sono i ricavi commerciali: sponsor, merchandising, licenze e partnership. A livello aggregato questa voce supera il miliardo di euro, ma con differenze enormi tra i club: le grandi società superano i 150 milioni, mentre i club di fascia medio-bassa si fermano intorno ai 30-40 milioni.
Più limitato resta invece il contributo dei ricavi da stadio: biglietti, abbonamenti e servizi collegati alle partite. In Italia questa voce pesa meno che in altri campionati, soprattutto perché la maggior parte degli impianti è di proprietà pubblica, il che riduce le possibilità commerciali e spesso obbliga i club a pagare un affitto ai Comuni. A livello aggregato il botteghino vale circa 500 milioni l'anno. Nella stagione 2022/23 l'Inter ha guidato con 79 milioni, davanti a Milan (72 milioni) e Juventus (61 milioni). All'estremo opposto club come Empoli e Monza non raggiungono i 3 milioni.
A queste tre fonti se ne aggiunge una quarta, sempre più centrale nel calcio italiano: la compravendita dei giocatori. Quando un club acquista un calciatore legato a un'altra società con un contratto deve pagarne il cartellino.
È un meccanismo che funziona in entrambe le direzioni: è un costo quando si compra, un ricavo quando si rivende.
Le cifre di queste operazioni possono variare molto: da pochi milioni per un giovane talento fino a operazioni record come Cristiano Ronaldo alla Juventus per 117 milioni nel 2018.
La differenza tra quanto si spende in acquisti e quanto si incassa dalle vendite determina il saldo di mercato.
Ed è qui che i club si dividono nettamente: alcuni chiudono sistematicamente in positivo, trasformando questa voce in una fonte strutturale di finanziamento. L'Atalanta è l'esempio più riuscito: Hojlund comprato per 21 milioni e rivenduto per 74, Koopmeiners preso per 12 e ceduto per 51, Retegui costato 21 e venduto per 62. Un modello basato sulla valorizzazione continua dei giocatori.
Ma acquistare un giocatore è solo il primo costo: bisogna anche pagarlo ogni anno. Gli stipendi, di calciatori, allenatori e staff tecnico, arrivano complessivamente a quasi 1,9 miliardi l’anno, circa il 49% dei ricavi complessivi del campionato.
Lo stipendio medio si aggira intorno ai 2 milioni lordi annui. L’Inter guida la classifica con 135 milioni di monte ingaggi, seguita dalla Juventus con 124 milioni, mentre Lecce e Pisa gestiscono l’intera rosa con poco più di 20 milioni, quasi otto volte meno.
Sommando stipendi e cartellini, la spesa complessiva dei club sfiora i 3 miliardi di euro, una cifra che da sola eguaglia l’intero fatturato ordinario al netto delle vendite dei giocatori.
A queste si aggiungono poi gli altri costi operativi: manutenzione degli impianti, infrastrutture tecnologiche, energia, spese amministrative e commissioni agli agenti. Solo queste ultime valgono circa 226 milioni di euro l’anno. Nel complesso, tutte le spese operative raggiungono quasi un miliardo di euro.
Da quello che si evince, quindi, accade spesso che i costi superano regolarmente i ricavi. Come viene coperto questo gap?
Guardando i bilanci aggregati più recenti, il debito lordo dei venti club ha raggiunto 4,9 miliardi di euro, superando i 4 miliardi di fatturato annuo dell'intero sistema. In cima alla classifica la Juventus con 740 milioni, l’Inter con 660 milioni, e la Roma con 610 milioni.
Fonte: Calcio & Finanza (elaborazione su dati societari)
Per capire però la reale solidità finanziaria dei club bisogna andare oltre il dato lordo. Una parte rilevante di questo debito non nasce da prestiti veri e propri, ma direttamente dal mercato dei trasferimenti: quando un club acquista un giocatore raramente paga tutto subito, e il costo viene dilazionato su più anni. Questi sono i cosiddetti debiti commerciali e nel 2024/25 hanno raggiunto 1,8 miliardi, circa il 37% del totale.
Depurando il debito da questa componente e guardando ai soli debiti finanziari netti, ovvero sottraendo anche la liquidità disponibile, il quadro cambia. La Juventus diventa la più esposta con 303 milioni netti, seguita dall'Inter con 248 milioni e dalla Roma con 153 milioni. Il Napoli invece, nonostante 300 milioni di debito lordo, detiene oltre 170 milioni in cassa e chiude con una posizione netta positiva. Stessa situazione per Fiorentina e Como, che non hanno debiti finanziari.
Fonte: Calcio & Finanza (elaborazione su dati societari)
Quello del debito non è un problema esclusivamente italiano. In tutta Europa i club faticano a tenere i conti in equilibrio. Un circolo che nel tempo ha generato esposizioni miliardarie in tutti i principali campionati. Per arginare questa deriva la UEFA ha introdotto il Financial Fair Play: un sistema che vincola i club alle competizioni europee a non spendere strutturalmente più di quanto guadagnano, pena sanzioni progressive fino all'esclusione dalle coppe.
Perché acquistare un club?
A questo punto emerge una domanda inevitabile: perché continuano ad arrivare investitori se il calcio è un business così oneroso?
Per molti investitori il calcio non è più soltanto un’azienda da cui estrarre utili ogni anno, ma è sempre di più un asset da valorizzare nel tempo.
Naturalmente non tutti condividono questa prospettiva. I tifosi continuano a ragionare soprattutto in termini di passione e risultati sportivi. Ma tra gli investitori istituzionali si sta diffondendo sempre di più una logica diversa, tipica degli investimenti di medio-lungo periodo.
In questa prospettiva, ciò che conta non è tanto quanto un club guadagna oggi, ma quanto potrebbe valere domani.
È proprio qui che entrano in gioco molti fondi di private equity. Il loro modello è relativamente semplice: acquistare club che ritengono sottovalutati, migliorarne la gestione, rafforzarne il brand e, dopo alcuni anni, rivenderli a un prezzo significativamente più alto.
Il caso del Milan è spesso citato come esempio di questa strategia. Nel 2018 il fondo Elliott Management rilevò il club in una situazione finanziaria complessa. Nei quattro anni successivi intervenne sulla struttura dei costi, ridusse il rapporto tra stipendi e ricavi, rafforzò le attività di scouting e analisi dei dati e riportò la squadra alla vittoria dello scudetto.
Nel 2022 il club fu poi venduto a RedBird Capital per circa 1,2 miliardi di euro, con un guadagno stimato tra 500 e 600 milioni.
Il private equity, però, non è l’unico protagonista di questa trasformazione.
Negli ultimi anni è emersa anche una seconda categoria di investitori, con una logica completamente diversa: i fondi sovrani, in particolare quelli dei paesi del Golfo.
Per stati come il Qatar, proprietario del Paris Saint-Germain, o l’Arabia Saudita, che attraverso il proprio fondo sovrano controlla il Newcastle, il calcio non è prima di tutto un investimento finanziario. È piuttosto uno strumento di soft power.
Possedere un grande club europeo permette infatti di proiettare influenza globale, costruire relazioni diplomatiche e rafforzare la reputazione internazionale del paese. In questo contesto eventuali perdite operative possono essere tollerate più facilmente, perché il ritorno dell’investimento si misura soprattutto in termini di visibilità geopolitica e presenza culturale nei mercati occidentali.
Si tratta quindi di una logica diversa da quella del private equity, ma non meno razionale. In sintesi, mentre alcuni investitori cercano rendimenti finanziari, altri utilizzano il calcio come strumento strategico di lungo periodo.
Accanto a queste due tendenze si sta affermando un terzo modello: quello della proprietà multi-club. Invece di investire in una sola squadra, alcuni gruppi controllano intere reti di club in diversi paesi. L'esempio più noto è il City Football Group, che oltre al Manchester City possiede squadre negli Stati Uniti, in Australia, in Giappone e in altri mercati. La logica è quella di un portafoglio diversificato: ridurre il rischio sportivo, creare economie di scala e condividere infrastrutture come scouting e analisi dei dati. Allo stesso tempo si sviluppa un mercato interno dei giocatori, valorizzati progressivamente all'interno della rete.
Conclusioni
Il calcio smette così di essere solo uno sport e diventa una piattaforma globale di intrattenimento. Ed è proprio questa evoluzione che aiuta a spiegare perché, nonostante bilanci spesso in perdita, il settore continui ad attirare l'interesse di grandi investitori. Investitori che vedono un potenziale ancora in larga parte inespresso: stadi da modernizzare, diritti televisivi sottovalutati rispetto agli altri grandi campionati, brand globali con margini di monetizzazione ancora ampi.
Resta però un aspetto che i numeri non riescono a raccontare. Il calcio è nato come passione e identità collettiva, ed è ancora quella la ragione per cui miliardi di persone si fermano ogni weekend davanti a uno schermo. La vera sfida sarà trovare un equilibrio tra la modernizzazione del modello economico e il rischio di snaturare quello che rende questo sport unico. Perché senza quella passione, non ci sarebbe nessun business da discutere.
Resto a disposizione per qualsiasi dubbio o domanda.
Hai dubbi sull'efficienza o la pianificazione del tuo portafoglio di investimenti? Clicca qui e compila il modulo!
Se vuoi rimanere aggiornato sui contenuti finanziari in tempo reale seguimi sulla mia pagina instagram!


