Iran: cosa ci insegna il primo mese di guerra?

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Il 2026 era iniziato sotto buoni auspici: tassi in discesa, inflazione vicina al target, borse sui massimi e petrolio stabile intorno ai 70 dollari. 

Come siamo arrivati a questa crisi?

Un risultato quasi inatteso, considerando che il contesto globale restava fragile: la guerra in Ucraina continuava, le tensioni con la Cina crescevano e i dazi reintrodotti da Trump pesavano sugli scambi internazionali. I mercati però si erano abituati a convivere con queste incertezze.

Nel frattempo, anche la tensione con l'Iran stava crescendo. Da anni le sanzioni avevano messo in ginocchio l'economia iraniana, le proteste di piazza si erano moltiplicate con migliaia di vittime e il regime viveva la sua fase di maggiore debolezza dalla Rivoluzione del 1979. Teheran però continuava ad arricchire uranio, spingendosi verso soglie di purezza che vanno ben oltre i fini civili e che avvicinano pericolosamente alla capacità di produrre un'arma atomica.

Per Washington e Tel Aviv era una combinazione difficile da ignorare: un regime indebolito internamente, ma determinato a non cedere sul dossier più sensibile. Trump aveva moltiplicato le minacce di intervento diretto e nelle settimane che si sono susseguite gli Stati Uniti avevano concentrato nel Golfo la più grande forza navale nell'area dai tempi della guerra in Iraq. 

L’operazione militare: la timeline

Il 28 febbraio ogni dubbio viene sciolto. Gli americani lanciano l'Operazione Epic Fury, gli israeliani l'Operazione Roaring Lion: un attacco coordinato contro obiettivi militari ed edifici governativi. In poche ore Ali Khamenei è morto insieme a gran parte del comando militare e dell'intelligence iraniana.

L'Iran risponde nella stessa giornata con centinaia di missili su Israele e le basi americane nel Golfo, estendendo rapidamente gli attacchi a Bahrain, Kuwait, Qatar ed Emirati Arabi Uniti. 

La reazione dei mercati non si fa attendere. Il petrolio è la prima commodity a muoversi a rialzo: i paesi del Golfo producono circa il 30% del greggio mondiale, e qualsiasi instabilità in quella regione fa scattare immediatamente il timore di interruzioni nelle forniture. 

Il giorno dopo le borse aprono in rosso ovunque, con i cali più pesanti in Asia. Il continente importa circa il 60% del suo petrolio dal Medio Oriente, con Giappone e Corea del Sud esposti rispettivamente per il 95% e il 70% delle loro importazioni.

 

Fonte: Reuters

Le borse europee cedono tra il 2% e il 3%, mentre Wall Street regge meglio grazie ai titoli tecnologici e della difesa: società come Lockheed Martin Raytheon salgono tra oltre il 5%. Le obbligazioni scendono con i rendimenti in salita, mentre l'oro regge il suo ruolo di bene rifugio.

Nei primi giorni c'è ancora chi spera in una crisi regionale contenuta, complice l’esperienza recente di giugno scorso. Il 2 marzo quella speranza inizia a spegnersi: l'Iran dichiara lo Stretto di Hormuz zona di guerra. 

Lo Stretto di Hormuz è un corridoio di mare largo appena 54 chilometri tra Iran e Oman, attraverso cui passa ogni giorno il 20% del petrolio mondiale e il 25% del gas naturale liquefatto globale. Il suo blocco comporta uno shock di offerta. 

Al fine di calmierare i prezzi, l'IEA autorizza il rilascio di 400 milioni di barili dalle riserve strategiche. Sono misure utili, ma non sufficienti: la capacità combinata non compensa i 20 milioni di barili che transitavano ogni giorno per Hormuz.

Il blocco non riguarda solo il petrolio. Dall'inizio del conflitto svariate navi civili sono state attaccate, i premi assicurativi per il rischio bellico sono saliti dallo 0,25% all'1% del valore della nave, con alcune compagnie che hanno smesso direttamente di assicurarle.

Il 4 marzo avviene il primo scontro navale diretto: un sottomarino americano affonda la fregata iraniana IRIS Dena al largo dello Sri Lanka.

Il petrolio Brent tocca picchi oltre 110 dollari, con un rialzo superiore al 60% rispetto ai livelli pre-guerra, mentre il TTF europeo supera i 60 euro per megawattora, livelli non visti dal 2022. Questi prezzi colpiscono duramente le industrie europee più energivore: chimica, acciaio, alluminio, vetro e carta. 

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Fonte: tradingeconomics.com

Sul fronte geopolitico il conflitto continua ad allargarsi. Israele apre un fronte in Libano contro Hezbollah, l'Iran colpisce le infrastrutture energetiche di Qatar e Arabia Saudita. L'8 marzo viene eletto Mojtaba Khamenei come nuovo leader supremo: un segnale chiaro di continuità del regime. 

Il 17 marzo viene assassinato Ali Larijani, segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale iraniano e una delle figure più pragmatiche del regime. La sua eliminazione chiude di fatto ogni prospettiva diplomatica nel breve periodo.

Il giorno dopo Israele attacca i giacimenti di South Pars e l'Iran risponde colpendo il terminale di GNL di Ras Laffan in Qatar, da cui transita il 20% del gas naturale liquefatto mondiale. Il gas europeo sale del 30% in una singola sessione. L'Agenzia Internazionale dell'Energia definisce questa la più grande interruzione dell'approvvigionamento nella storia del mercato petrolifero globale.

In questa fase l'oro sorprende: invece di salire, scende. Il contratto spot arriva ai minimi da quattro mesi, a 4.200 dollari l'oncia, alla nona sessione consecutiva di perdite. 

Il motivo è meno intuitivo di quanto sembri: l'oro non sta seguendo la paura o le notizie dal Golfo, ma i flussi di liquidità globale. Molti investitori istituzionali lo vendono per coprire le margin call, le richieste di garanzie aggiuntive sui loro investimenti a leva. E c'è un secondo meccanismo: Arabia Saudita, Kuwait ed Emirati negli ultimi anni avevano aumentato i loro acquisti di oro come riserva alternativa al dollaro. Ora, con i proventi energetici in calo, comprano meno. In tre settimane gli ETF sull'oro hanno registrato deflussi per oltre 7 miliardi di dollari. L'oro rimane un bene rifugio nel medio periodo, ma nelle fasi di stress acuto si comporta diversamente da come molti si aspettano.

Il conflitto colpisce pesantemente anche il mercato immobiliare di Dubai. Dopo anni di crescita esplosiva, la città era considerata una meta relativamente sicura nella regione, ma la vicinanza geografica al conflitto e gli attacchi nel Golfo hanno rapidamente modificato la percezione del rischio. Le transazioni risultano in calo di circa il 30–40% su base annua, mentre il valore totale scende di oltre il 50% su base mensile; il segmento delle ville di lusso registra un crollo fino all’89% su base annua.

Sul fronte valutario il dollaro si rafforza, e il motivo va oltre il semplice effetto rifugio. Gli Stati Uniti sono un grande produttore di petrolio e gas, e uno shock energetico li penalizza molto meno dell'Europa, che dipende dalle importazioni. Il risultato è un euro/dollaro sceso sotto quota 1,15. Sullo sfondo però si muove qualcosa di più profondo: l'Iran sta condizionando il transito attraverso lo Stretto all'uso dello yuan cinese come valuta di regolamento, una mossa che sfida direttamente il sistema del petrodollaro e accelera una tendenza alla dedollarizzazione già in corso da anni

Ma il tema che preoccupa di più le banche centrali è l'inflazione. Prezzi di petrolio e gas elevati si trasmettono rapidamente ai costi di trasporti, energia e produzione: secondo le stime di Morgan Stanley, ogni aumento del 10% del petrolio si traduce in circa 0,35% di inflazione in più nei tre mesi successivi. Con un rialzo del 60%, le implicazioni sono concrete.

Il riflesso immediato è stato un ribaltamento completo delle aspettative sui tassi: in America da quasi tre tagli attesi a meno di uno, in Eurozona da un taglio a potenziali rialzi. Powell, durante la sua ultima conferenza stampa, ha ripetuto più volte una frase che raramente si sente da un banchiere centrale: "we just don't know". Un livello di incertezza che si riflette direttamente sulle decisioni di chi gestisce un portafoglio.

E così, un mese dopo, arriva il momento di fare un primo bilancio.

Cosa è successo sui mercati?

La regione più colpita è l'Asia. La Corea del Sud guida con oltre l'14% di perdita: dipende dal Medio Oriente per il 70% delle sue importazioni energetiche e il suo settore dei semiconduttori, cuore dell'economia coreana, è tra i più energivori al mondo. Il Giappone e l'India seguono intorno al 10%, la Cina ha limitato i danni al 6,5%, parzialmente protetta dalla sua capacità produttiva interna.

Passando all'Europa, il quadro non è molto diverso. Dopo un anno particolarmente positivo per i mercati del continente, il colpo si è fatto sentire. La Germania è la più penalizzata con oltre l'11%: la sua struttura industriale, fortemente orientata alla manifattura energivora, la rende tra le economie europee più vulnerabili agli shock energetici. Francia e Italia seguono con un -10%, con l'EuroStoxx che nel complesso cede oltre il 9%.

Chi ha tenuto meglio sono invece i paesi che dall'energia ci guadagnano. L'Argentina perde solo il 2%, il Brasile il 5%, e gli Stati Uniti chiudono con l'S&P 500 in calo del 4%. Sono grandi produttori di energia e materie prime: quando i prezzi salgono, il loro conto economico migliora invece di peggiorare. Gli USA in particolare, diventati sostanzialmente autosufficienti sul fronte energetico, assorbono lo shock in modo molto più attutito rispetto al resto del mondo.

Guardando ai singoli settori, il vero vincitore è uno: l’energia. Con il petrolio in salita, le società che lo estraggono aumentano i ricavi a parità di produzione. Salgono società come Exxon e Chevron, così come l’italiana ENI…ma i rialzi più forti arrivano dai fornitori di GNL (come Venture Global e Cheniere Energy). 

Abbastanza bene anche il settore della difesa, in particolare la componente software con Palantir.

A soffrire di più è il settore travel: le società di crociera, come Norwegian e Carnival, cedono oltre il 20%, mentre le compagnie aeree soffrono soprattutto sulle tratte lunghe, con Southwest a -20% e United a -10%. In Europa, Ryanair perde circa il -10% e Lufthansa sfiora il -20%.

Le società tech sono quelle che limitano di più i danni con perdite più contenute.

Conclusioni: cosa aspettarsi ora?

Questa è la fotografia di un mese. Ma i mercati guardano sempre avanti, e la domanda che tutti si stanno ponendo è una sola: cosa succederà adesso?

Sull'evoluzione della situazione è difficile avere certezze. Gli obiettivi strategici delle parti restano poco definiti e sul piano politico il quadro non è chiaro. La variabile chiave sarà la durata: un conflitto che si risolve in tempi ragionevoli lascia il segno sui prezzi energetici, ma non cambia la traiettoria di lungo periodo. Uno che si prolunga alimenta inflazione persistente, costringe le banche centrali a scelte difficili e mette sotto pressione la crescita globale. È questo scenario che i mercati stanno cercando di leggere, senza ancora avere una risposta definitiva.

Al di là di come evolverà il conflitto, questo mese ha lasciato un'indicazione utile. Chi era esposto a più asset class, con strumenti che tendono a reagire in modo diverso nelle fasi di stress, ha attraversato queste settimane con oscillazioni più gestibili. Non perché avesse previsto la guerra, cosa che nessuno riesce a fare con continuità, ma perché il portafoglio non era costruito su un unico scenario possibile. È questo il punto della diversificazione: non anticipare gli eventi, ma essere preparati anche a quelli che non si possono prevedere.

C'è però un altro aspetto che vale la pena considerare. La storia dei mercati è chiara su un punto: i periodi di ribasso più bruschi hanno quasi sempre preceduto alcune delle migliori fasi di recupero. Guardando i dati dalla Grande Depressione del 1929 fino alla recessione da Covid del 2020, chi è rimasto investito durante le crisi ha guadagnato in media il 18% nell'anno successivo, il 35% nei tre anni dopo e il 52% nei cinque anni successivi.

Questo non significa ignorare la volatilità o sottovalutare le implicazioni reali su inflazione e tassi. Significa però che chi investe con un orizzonte di lungo periodo e un portafoglio costruito con criterio non si trova necessariamente in una situazione sfavorevole. In fasi come questa, spesso la differenza non sta nel fare qualcosa in più, ma nel riuscire a non fare la cosa sbagliata nel momento peggiore. E soprattutto nell'avere una gestione strutturata, capace di leggere il contesto e di cogliere le opportunità che inevitabilmente seguono.

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Davide Berti, consulente finanziario

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In un mondo basato sulle dinamiche economiche, dove troppo spesso le conoscenze finanziarie sono limitate o assenti, verificare la professionalità di un consulente è necessario quanto difficile. Per questo affianco al mio lavoro questo progetto di consapevolizzazione.

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