Il 10 marzo 2023 una delle principali banche americane chiuse i battenti in meno di 48 ore. Un istituto da 209 miliardi di dollari di attivi, con una clientela che comprendeva alcune delle startup più note al mondo.
Come si arriva a un epilogo del genere?
Silicon Valley Bank: ascesa e crollo
Fondata nel 1983 a Santa Clara, in California, Silicon Valley Bank nacque con un obiettivo preciso: diventare la banca delle startup tecnologiche. Aziende giovani, ad alto potenziale, che il sistema bancario tradizionale faticava a finanziare per l’assenza di utili stabili e flussi di cassa prevedibili.
Nel tempo questa strategia si rivelò vincente. SVB crebbe insieme al settore tech, ne accompagnò le fasi di espansione e si affermò come interlocutore finanziario di riferimento per le imprese emergenti. Dopo quarant’anni era diventata la banca di quasi la metà delle società tecnologiche finanziate da venture capital negli Stati Uniti. Tra i suoi clienti figuravano nomi come Airbnb, Pinterest, Roku, Roblox.
SVB non era una banca tradizionale. Le banche convenzionali faticavano a rapportarsi con aziende giovani, spesso senza ricavi stabili e con modelli di business difficili da valutare. SVB invece aveva costruito la propria attività intorno a quel mondo: offriva prestiti pensati per aziende in fase di crescita, anche quando i bilanci erano ancora in rosso, e vantava relazioni dirette con i principali fondi di venture capital. Era, in un certo senso, la banca che parlava la stessa lingua delle startup.
Questo la rendeva il punto di approdo naturale per i capitali che circolavano nell'ecosistema tecnologico. Grandi fondi come Sequoia Capital e Andreessen Horowitz finanziavano le startup, e le startup depositavano quei capitali proprio alla Silicon Valley Bank. Un circolo che si autoalimentava e che, negli anni del boom tecnologico, crebbe in modo straordinario.
Tra il 2020 e il 2021 questo meccanismo raggiunse il suo apice. La liquidità immessa nei mercati durante la pandemia e l'esplosione del venture capital alimentarono un afflusso di depositi senza precedenti: in poco più di dodici mesi, passarono da 62 a oltre 124 miliardi di dollari.
Una crescita rapidissima, che rafforzò ulteriormente la posizione di SVB all'interno dell'ecosistema tecnologico americano.
Proprio in questa fase di espansione accelerata si trovano le premesse della crisi. Paradossalmente, fu proprio quell'abbondanza di liquidità a innescare il problema.
E per capire come è possibile, dobbiamo fare un piccolo passo indietro su come funziona il business bancario.
Come funziona una banca
Una banca raccoglie depositi e concede prestiti, fin qua tutto chiaro.
Da un lato ci sono i risparmiatori, che possono lasciare il proprio denaro sul conto e ritirarlo quando vogliono.
Dall’altro ci sono famiglie, imprese e Stati che hanno bisogno di finanziamenti per periodi lunghi.
La banca utilizza i depositi per concedere mutui, acquistare titoli o erogare credito. Guadagna sulla differenza tra gli interessi che incassa sugli impieghi e quelli che riconosce ai depositanti. Questo differenziale, il margine di interesse, è la sua principale fonte di reddito.
Per capire concretamente di cosa parliamo, facciamo un esempio semplice. Oggi un conto deposito a 24 mesi rende mediamente il 2,5% lordo. Quei stessi soldi che hai depositato, la banca li presta ad esempio sotto forma di mutuo trentennale, su cui oggi incassa mediamente il 3,5%.
La differenza è il suo margine di guadagno. Più è basso quello che ti riconosce, più è ampio il suo guadagno. Il che rende abbastanza chiaro perché i rendimenti dei conti deposito siano strutturalmente modesti.
Il nodo del discorso è la diversa durata di queste operazioni. I depositi sono generalmente a breve termine: possono essere richiesti indietro in qualsiasi momento. I prestiti e gli investimenti, invece, hanno scadenze lunghe. Un mutuo può durare venti o trent’anni, un titolo di Stato dieci o più.
La banca svolge quindi una funzione precisa: trasforma risorse finanziarie a breve termine in impieghi a lungo termine. Questo processo si chiama trasformazione delle scadenze. È una funzione indispensabile per l’economia, perché consente di finanziare investimenti di lungo periodo utilizzando risparmio immediatamente disponibile.
In pratica la banca conta sul fatto che una certa quantità di denaro, depositata sul conto dei correntisti, ci sia sempre.
Ma cosa c’entra tutto ciò con la nostra SVB?
Torniamo ai primi anni 2020. I tassi di interesse erano vicini allo zero, il settore tecnologico raccoglieva capitali come mai prima e il NASDAQ viaggiava ai massimi di sempre.
In questo clima SVB si ritrovò con una massa enorme di liquidità dei correntisti da impiegare. Come però? La scelta ricadde su titoli di stato e obbligazioni a lungo termine, una soluzione conservativa. In un contesto di tassi bassi sembrava una decisione del tutto sensata.
Il problema era la durata di quegli investimenti: scadenze superiori ai dieci anni. Il 44% di tutti gli asset di SVB era investito in questi titoli, la quota più alta tra tutte le banche comparabili.
Fonte: Cox School of Business
SVB li comprò convinta di poterli tenere fino alla scadenza, senza mai doverli vendere prima del tempo. Un piano che funzionava perfettamente, a patto che il mondo intorno non cambiasse troppo in fretta.
Nel 2022 la Federal Reserve iniziò ad alzare i tassi a una velocità che non si vedeva dagli anni Ottanta per combattere un'inflazione fuori controllo. Quando i tassi salgono, le obbligazioni già in portafoglio perdono valore. Pensa a un titolo che paga il 2%: se il mercato offre titoli simili al 5%, nessuno te lo comprerà allo stesso prezzo. Per venderlo devi abbassare il prezzo. E più lontana è la scadenza, più forte è questo effetto.
SVB aveva puntato tutto proprio sui titoli a lunga scadenza, i più sensibili ai movimenti dei tassi. Il grafico che sotto qua lo mostra bene: la linea blu è il valore contabile del portafoglio, quella rossa il valore reale di mercato. Fino al 2021 viaggiano quasi sovrapposte. Dal 2022 iniziano a divergere in modo sempre più netto.
Fonte: Cox School of Business
Il risultato fu che a fine 2022 i titoli iscritti a bilancio per 91 miliardi di dollari valevano sul mercato soltanto 76 miliardi. Una perdita latente di 15 miliardi che non compariva ancora nei conti, perché SVB non aveva venduto nulla. Finché quei titoli fossero rimasti in portafoglio, la perdita sarebbe restata sulla carta.
Il problema è che presto SVB fu costretta a venderli.
Con il rallentamento dei finanziamenti alle startup infatti, molte aziende clienti avevano iniziato a prelevare i propri fondi per coprire le spese operative. SVB aveva bisogno di liquidità per soddisfare quei prelievi, e l'unico modo per ottenerla era vendere i titoli che aveva in portafoglio, quegli stessi titoli che nel frattempo avevano perso miliardi di valore. Le perdite che fino a quel momento erano rimaste sulla carta diventarono reali.
L'8 marzo 2023 la banca annunciò di aver venduto parte del portafoglio realizzando una perdita di 1,8 miliardi di dollari, e di voler raccogliere 2,25 miliardi di nuovo capitale per rafforzare il bilancio. Un annuncio pensato per rassicurare il mercato.
Ottenne l'effetto opposto.
Quell'annuncio fu letto come un segnale di allarme. La notizia si diffuse rapidamente, amplificata dai social media. Alcuni fondi di venture capital, tra cui il fondo di Peter Thiel, consigliarono alle proprie aziende di ritirare immediatamente i depositi. Il 9 marzo furono prelevati 42 miliardi di dollari in un solo giorno, lasciando la banca con un saldo negativo di quasi un miliardo.
A quel punto il destino della banca era segnato. I soldi non c'erano. Il 10 marzo le autorità californiane intervennero e posero la banca sotto il controllo della FDIC. In meno di 48 ore, una banca da 209 miliardi di dollari aveva smesso di esistere.
Il crollo non rimase isolato. Nei giorni successivi si assistette a un effetto contagio: i depositanti di altre banche regionali iniziarono a chiedersi se i loro istituti fossero nella stessa situazione. Signature Bank chiuse due giorni dopo. First Republic fu travolta da una fuga di depositi nelle settimane successive e venne acquisita da JP Morgan a maggio 2023.
Le autorità americane si trovarono di fronte a una scelta delicata. SVB aveva circa 175 miliardi di dollari in depositi, la grande maggioranza dei quali superava la soglia dei 250.000 dollari garantita dalla FDIC, l'equivalente dei 100.000 euro tutelati in Italia.
In teoria, chi aveva più di quella cifra avrebbe potuto perdere tutto. Ma lasciare che migliaia di startup e aziende tecnologiche perdessero la liquidità necessaria a pagare stipendi e fornitori avrebbe potuto scatenare una crisi sistemica più grave. Il governo americano decise quindi di intervenire, garantendo l'integrale restituzione dei depositi. A rimetterci furono soprattutto gli azionisti di SVB, che videro azzerarsi il valore delle proprie quote, e in parte il governo americano, che si fece carico della garanzia straordinaria.
Conclusioni
Quello che colpisce di questa storia non è solo il crollo, ma la velocità con cui arrivò. Un contesto che sembrava stabile si ribaltò in pochi mesi. Vale per le banche, vale per tutti noi: gestire bene i propri risparmi significa anche capire come tassi, inflazione e ciclo economico possano influenzare il nostro portafoglio.
Ma un evento come questo può succedere anche a noi in Italia?
Il sistema bancario italiano è strutturalmente diverso da quello americano, ma non è immune da crisi. Casi come Banca Etruria o quello delle banche venete lo dimostrano.
Per capire quanto una banca sia solida o vulnerabile, gli analisti osservano diversi indicatori, tra cui capitale, qualità del credito e liquidità. Uno di questi è il Loan to Deposit Ratio, un rapporto che misura quanta parte dei depositi raccolti viene impiegata in prestiti. Un valore sotto 1 indica che la banca ha più depositi di quanti ne presti; sopra 1 significa che si finanzia anche con altre fonti esterne.
In Italia si aggira in media intorno al 100%, segno che le banche impiegano sostanzialmente tutta la raccolta per finanziare prestiti.
|
Banca |
Gross Loan to Total Deposits 2025 |
|
Intesa Sanpaolo |
0,83 |
|
Banco BPM |
0,95 |
|
BPER Banca |
1,11 |
|
UniCredit |
1,17 |
|
MPS |
1,25 |
|
Banca IFIS |
1,5 |
Fonte: TradingView
Naturalmente non si tratta di un’anomalia: è semplicemente il normale funzionamento delle banche, che operano mantenendo un sottile equilibrio tra fonti di raccolta e impieghi.
Il caso SVB è molto specifico: aveva circa il 94% dei depositi non assicurati, una situazione che rendeva la banca molto vulnerabile a ritiri massicci. In Italia simili livelli di esposizione sono rari, e il sistema bancario è strutturalmente diverso.
Il punto importante però non è tanto chiedersi se una crisi bancaria possa accadere, ma come gestire i propri risparmi per ridurre l’esposizione.
Qui entra in gioco la differenza tra tenere i propri soldi in banca e investirli. I depositi bancari dipendono dalla solidità della banca e in Italia sono garantiti solo fino a 100.000 euro per istituto; l’eventuale eccedenza non è coperta in caso di default.
Gli investimenti in ETF, azioni o titoli di Stato, invece, funzionano in modo diverso: sono intestati a te e custoditi separatamente dal patrimonio dell’intermediario. Questo significa che, anche se l’intermediario dovesse fallire, i tuoi investimenti resterebbero comunque tuoi.
A questo punto vi chiedo: voi come interpretate la storia di questa banca? È stato un errore del management, semplice sfortuna o qualcosa che si poteva prevedere? E soprattutto, come avete strutturato i vostri risparmi e investimenti per affrontare diversi scenari economici?
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