Il 2024 si era chiuso con segnali incoraggianti: ricordate?
Il riassunto finanziario del 2025
Le Borse raggiungevano nuovi massimi, l'inflazione rallentava e l'ottimismo degli investitori sembrava giustificato…e tra gli addetti ai lavori circolava la convinzione che i primi tagli dei tassi potessero essere imminenti.
A gennaio, il ritorno di Trump alla Casa Bianca cambia le carte in tavola. I riflettori tornano sui dazi e sulle tensioni commerciali.
Tra gennaio e aprile vengono firmati oltre 110 ordini esecutivi. I mercati sanno gestire brutte notizie quando sono definitive – si adattano e vanno avanti. Ma quando le regole cambiano ogni giorno? Tutto si blocca: aziende che rinviano investimenti, consumatori che rimandano acquisti, economia che rallenta.
Ma perché i dazi preoccupavano così tanto?
- Pressione inflazionistica: beni importati più costosi si traducono in prezzi più alti.
- Disruption delle supply chain: catene produttive costruite in decenni da riorganizzare completamente.
- Rischio di ritorsioni: dazi americani avrebbero provocato risposte simmetriche. E soprattutto, nessuno sapeva dove si sarebbe fermato – impossibile valutare l'impatto reale.
Arriviamo ai primi giorni di aprile. L'S&P 500 aveva già perso oltre il 10% dall'inizio dell'anno. Poi, il 2 aprile, l'amministrazione Trump implementa i dazi su larga scala – il cosiddetto "Liberation Day", come era stato ribattezzato dalla Casa Bianca. Il giorno in cui, secondo la retorica ufficiale, l'America si sarebbe "liberata" dalle pratiche commerciali sleali. Per i mercati fu tutt'altro che una liberazione.
L'S&P 500 scende del 5% in una sola seduta – il calo più marcato da marzo 2020. Il giorno dopo il Nasdaq perde il 6%. Per quattro giorni consecutivi vendite sostenute. Circa 5.000 miliardi di capitalizzazione evaporano – l'equivalente del PIL annuale di Francia o Italia.
I cali colpiscono trasversalmente i settori: Apple perde il 20% in pochi giorni, Nvidia il 15%, Amazon oltre il 10%. Anche retail, automotive e beni di consumo subiscono perdite pesanti – tutti esposti alle catene di fornitura globali.
Oltre l'Atlantico, stessa storia. In Europa, il settore automotive tedesco crolla per i timori sui dazi. In Asia, la Cina – principale bersaglio – registra la volatilità maggiore. Elettronica di consumo, tessile, manifatturiero: i settori più esposti al commercio USA crollano.
Mentre le azioni scendono, un asset va in direzione opposta: l'oro.
Aveva aperto il 2025 intorno ai 2.700 dollari l'oncia ma già da febbraio inizia salire significativamente. Quando i mercati vacillano, gli investitori cercano rifugio – e l'oro è storicamente la prima scelta. Non produce dividendi né interessi, ma mantiene valore nei momenti difficili.
Nel 2025, però, c'era qualcosa di più della semplice paura. Le banche centrali dei paesi emergenti – Cina, Turchia, Polonia, India – stavano comprando oro a ritmi record: oltre 1.000 tonnellate all'anno, il doppio della media storica. Perché? Perché in un momento di così grande incertezza geopolitica stavano diversificando le riserve, riducendo la dipendenza dal dollaro.
Ma quando le banche centrali vendono dollari per comprare oro, la domanda di dollari diminuisce. Meno domanda significa valore più basso. È semplice legge di mercato.
Il risultato? Il dollaro si deprezza rispetto a tutte le altre valute: sterlina, franco svizzero, corona svedese – tutte in rialzo contro il dollaro.
Nel frattempo, l'economia mostra i primi segnali di rallentamento. La fiducia dei consumatori scendeva gradualmente, gli ordini industriali perdevano momentum, le trimestrali aziendali uscivano con guidance riviste al ribasso. L'incertezza sui dazi stava frenando la crescita. Le banche centrali cominciano a valutare interventi di sostegno.
E il comparto obbligazionario come reagiva? Non dovrebbe offrire protezione quando l'economia rallenta?
Normalmente sì – quando le banche centrali abbassano i tassi, il valore delle obbligazioni sale.
Ma nella primavera del 2025 le cose vanno diversamente tra Stati Uniti ed Europa. Perché?
Per capirlo serve ragionare sulla curva delle scadenze. Non tutte le obbligazioni reagiscono allo stesso modo ai tagli dei tassi. Quelle a breve scadenza seguono direttamente le decisioni delle banche centrali e quindi si allineano subito quando i tassi vengono abbassati.
Ma quelle a 10, 20 o 30 anni? Quelle rispondono alle aspettative su inflazione, crescita e stabilità nei decenni futuri.
Negli Stati Uniti, tutto funziona come previsto. La Fed taglia i tassi e i rendimenti dei Treasury a 10 anni scendono dal 4,6% al 4,1%. I mercati vedono uno scenario controllato: inflazione in calo, rallentamento senza recessione. Chi possedeva obbligazioni vede salire il valore dei titoli continuando a incassare cedole ai tassi più alti del passato.
In Europa, dinamica opposta. La BCE taglia ancora più della Fed, ma i rendimenti sulla parte lunga della curva salgono invece di scendere. BTP italiano da 3,5% a 3,9%, Bund tedeschi da 2,4% a 2,9%.
Perché questa divergenza? Gli investitori guardavano oltre i tagli immediati. L'Europa dipende più dal commercio internazionale – dazi elevati avrebbero colpito duramente. E poi c'era l'instabilità politica in Francia. Il mercato chiedeva un premio per il rischio: rendimenti più alti per compensare l'incertezza. Quando i rendimenti salgono, i prezzi delle obbligazioni scendono.
Arriviamo al 9 aprile, inizia a circolare voci che l'amministrazione Trump sta considerando una pausa di 90 giorni sui dazi. I mercati esplodono. L'S&P 500 sale del 9,5% in una seduta – il rialzo maggiore dal 2008. Il Nasdaq del 12%. Il VIX scende da 60 a 17.
Il 12 maggio, arriva l'accordo: novanta giorni di tregua. I dazi americani scendono dal 145% al 30%, quelli cinesi dal 125% al 10%. Non è una soluzione definitiva, ma basta ai mercati.
Il giorno dopo l'S&P 500 torna positivo per l'anno. In cinque settimane è stato cancellato il calo di aprile.
Con i timori commerciali accantonati, torna l'appetito per il rischio con i mercati Gli investitori si concentrano sull'intelligenza artificiale. Il settore tecnologico diventa il beneficiario principale: la domanda di data center e chip specializzati alimenta aspettative crescenti.
Nvidia diventa il simbolo di questa fase. A ottobre raggiunge i 5.000 miliardi di capitalizzazione – la prima azienda a superare questa soglia.
Ne avevo parlato in un apposito articolo qualche settimana fa: Come NVIDIA è diventata il centro dell'AI
Ma l'ecosistema AI è più ampio. Broadcom e Oracle salgono oltre il 100%. L'euforia si estende anche al quantum computing, ancora in fase sperimentale: aziende come IonQ e Rigetti registrano guadagni oltre il 200%. L'entusiasmo coinvolge trasversalmente l'intero comparto tecnologico.
Il rimbalzo si estende anche alle small cap: il Russell 2000 recupera quasi il 40% dai minimi. Aziende che per la loro natura vulnerabile e meno liquida erano state le più colpite diventano ora le principali beneficiarie della tregua.
Ma la vera sorpresa viene da fuori degli Stati Uniti.
Dopo anni all'ombra dei listini americani, le borse europee si trovavano su valutazioni estremamente compresse. Gli investitori internazionali tornano a guardare al Vecchio Continente, attratti da multipli convenienti.
Il recupero, però, non è uniforme. Il comparto finanziario si rivela tra i protagonisti: UniCredit, Intesa, BBVA, Allianz registrano performance solide grazie a margini elevati e dividendi generosi.
Bene anche utilities ed energy: Iberdrola, Enel beneficiano di flussi di cassa stabili e del loro profilo difensivo.
Ottimi risultati per la tecnologia europea: ASML, produttore delle macchine per la fabbricazione dei chip più avanzati, registra un forte rialzo. Bene anche Siemens Energy e Schneider Electric, entrambe protagoniste nella transizione energetica.
Ma non tutti beneficiano del rally europeo. Il lusso soffre pesantemente: Ferrari, LVMH, Kering risentono della domanda asiatica crollata. Ancora peggio l'automotive: Volkswagen, Stellantis stretti tra costi della transizione elettrica e concorrenza cinese (BYD) che impone prezzi impossibili da eguagliare.
E a proposito di Asia: anche lì i mercati vivono una fase molto positiva.
In Cina, dopo il tonfo primaverile, l'Hang Seng sale del 30% dai minimi. Gli stimoli governativi – tagli dei tassi, garanzie immobiliari – danno frutti. Alibaba, Tencent, Baidu recuperano parte delle perdite. Gli investitori iniziano cautamente a rientrare.
Ma è il Giappone a brillare davvero. Il Nikkei guadagna il 60% dai minimi annuali di aprile e supera i massimi storici – livelli che non toccava dalla bolla degli anni '80. Lo yen debole favorisce massicciamente le esportatrici: Toyota, Sony, Nintendo beneficiano di margini straordinari grazie al cambio favorevole.
Mentre i mercati consolidano i guadagni, il quadro geopolitico rimane teso.
A giugno, le tensioni in Medio Oriente esplodono. Gli Stati Uniti lanciano attacchi contro tre impianti nucleari iraniani. Seguono dodici giorni di scambi missilistici tra Israele e Iran.
I mercati? Reagiscono a malapena. Qualche oscillazione, poi tutto risale. Gli investitori avevano già "scontato" queste tensioni – le avevano già messe in conto prima ancora che accadessero.
In Ucraina, il conflitto entra nel quarto anno. A settembre, iniziano contatti tra Kiev e Mosca mediati dalla Turchia. A novembre, primi colloqui ufficiali a Istanbul. Nessun accordo, ma il solo fatto che si parli è un passo avanti.
Questi eventi spingono i governi europei ad aumentare la spesa militare. Germania, Italia, Polonia annunciano budget record. Il settore della difesa ne beneficia: Leonardo, Rheinmetall, BAE Systems vedono moltiplicarsi i contratti, con performance a doppia cifra.
Eppure, nonostante tutto, un asset che normalmente schizza durante le crisi non reagisce: il petrolio.
Il Brent oscilla tra 60 e 75 dollari. A giugno una breve fiammata, poi riscende. Tre motivi: domanda cinese debole, offerta abbondante (USA a livelli record), transizione energetica che cambia le aspettative sul futuro.
A beneficiarne è ancora una volta l'oro, che supera ripetutamente nuovi massimi spinto dalla debolezza del dollaro e dalle tensioni USA-Cina.
Arriviamo a dicembre. È il momento di tirare le somme. Come hanno chiuso complessivamente i mercati quest’anno?
Wall Street si sta portando a casa un risultato che ad aprile sembrava fantascienza. L'S&P 500 e il Nasdaq viaggiano spediti sopra il +18%
I grandi listini continentali chiudono praticamente tutti in territorio positivo: DAX tedesco a +22%, FTSE 100 britannico a +22%, più modesta la Francia che si ferma ad un +11%.
Menzione d'onore per l'Italia: in modo sorprendente il FTSE MIB a +30% sovraperforma nettamente gli altri indici europei, trainato da banche e utilities. Per una volta, Piazza Affari batte tutti.
In grande risalto anche l'Asia. Il Giappone si appresta a chiudere l’anno a +27% toccando massimi storici. L'Hang Seng di Hong Kong a +29%. Ma la migliore performance mondiale è quella della Corea del Sud: +75%, trainata dal boom dei semiconduttori.
Sul fronte commodities, quadro variegato. Il petrolio chiude negativo, schiacciato dall'offerta. Sale il rame sostenuto dalla ripresa asiatica e dalla transizione energetica.
Capitolo a parte per i metalli preziosi: oro +70%, argento +140%. Performance straordinarie, soprattutto considerando che sono saliti insieme alle azioni – una dinamica piuttosto rara.
Conclusioni: cosa ci lascia questo 2025?
È stato un anno tutt'altro che tranquillo. Si era aperto con grandi aspettative, è passato attraverso dazi e tensioni geopolitiche, e si è chiuso – quasi a sorpresa – con molti mercati su nuovi massimi.
Alcuni settori hanno dominato: finanziari e difesa in Europa, tecnologia e semiconduttori in USA e Asia, oro su tutti.
Ma il vero vincitore non è chi ha azzeccato la scommessa su Nvidia o sull'oro. Il vero vincitore è chi è semplicemente rimasto investito. Chi ha mantenuto la calma durante il crollo di aprile e ha attraversato la tempesta con un portafoglio diversificato ha portato a casa un ottimo risultato.
Dall'altra parte, alcuni settori hanno sofferto: lusso, automotive, petrolio. Ma è normale. In un portafoglio equilibrato c'è sempre qualcosa che va peggio mentre il resto sale.
Il vero perdente è stato chi è rimasto fuori. Chi ha venduto per paura, chi è rimasto troppo liquido, chi ha lasciato i soldi fermi. Perché anche non fare niente è una scelta. E sui mercati, quella scelta ha un costo.
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