Oggi lo standard di una settimana lavorativa è di quaranta ore su cinque giorni. Eppure, non è sempre stato così...
La realtà di oggi
Nell'Ottocento i turni nelle fabbriche arrivavano anche a ottanta, cento ore settimanali. Fu il movimento operaio a battersi per ridurli. Negli anni Venti, Henry Ford standardizzò le quaranta ore nelle sue fabbriche, convinto che lavoratori meno esausti producessero di più. Funzionò, e quel modello si diffuse in tutto il mondo occidentale.
L'idea di andare oltre non morì lì. Nel 1930, in piena Grande Depressione, l'azienda americana Kellogg introdusse la giornata di sei ore mantenendo gli stessi stipendi: la produttività migliorò, gli infortuni calarono. Ma rimase un caso isolato. Per decenni il dibattito rimase sopito, le quaranta ore non le metteva in discussione nessuno.
Qualcosa iniziò a muoversi davvero solo una decina di anni fa, con i primi esperimenti in Nuova Zelanda e Giappone.
Poi arrivò la pandemia, e tutto accelerò. Lavorando da casa, milioni di persone scoprirono che la produttività non dipendeva necessariamente dalle ore passate in ufficio.
Quella esperienza aprì una domanda concreta: le quaranta ore settimanali sono davvero necessarie, o sono semplicemente un'abitudine?
Da lì gli esperimenti si sono moltiplicati. Chi ha introdotto il venerdì libero mantenendo lo stesso stipendio, chi ha ridotto l'orario giornaliero, chi ha alternato settimane da quattro e cinque giorni. Approcci diversi, stesso obiettivo: lavorare meno, produrre lo stesso, senza toccare la busta paga.
Ma può funzionare davvero? E che impatto avrebbe sulla nostra vita?
I vantaggi
PRO 1 benessere: Partiamo da un effetto che sembra scontato ma che i dati confermano: lavorare meno ore migliora il benessere delle persone. Meno ore in ufficio significa più tempo per dormire, fare sport, stare con la famiglia, gestire quella lista di cose che si accumula durante la settimana e che finisce per pesare sulla testa anche quando si è alla scrivania. Diversi studi internazionali hanno documentato che lavorare meno ore abbassa lo stress, riduce l'esaurimento e migliora la qualità del sonno (Voglino et al., BMJ Open, 2022; Barck-Holst et al., International Social Work, 2017).
Nel 2022 il Regno Unito ha condotto un grande test, coinvolgendo più di 60 aziende e quasi 3.000 lavoratori. I risultati sono stati sorprendenti: i casi di burnout sono calati del 71%. Chi rientra riposato il lunedì mattina fa meno errori, è più concentrato e rende di più. Benessere e qualità del lavoro, in questo caso, vanno nella stessa direzione.
E non è un tema di poco conto. Il work-life balance è diventato uno dei fattori più importanti nelle scelte lavorative, soprattutto per le generazioni più giovani. Sempre più persone non cercano solo uno stipendio: cercano un lavoro che lasci spazio anche al resto della vita. La settimana corta, in questo senso, intercetta qualcosa di profondo che sta cambiando nel modo in cui le persone pensano al lavoro.
Fin qui tutto abbastanza prevedibile, lo si poteva intuire anche senza particolari statistiche.
Ma c'è un aspetto che va oltre il benessere personale, e che rende questa idea interessante anche dal punto di vista aziendale: quello che succede alla produttività.
PRO 2 produttività: Lavorare meno ore non significa produrre meno. Anzi, in molti casi succede il contrario
Uno dei primi paesi a sperimentarlo su larga scala è stata l'Islanda: tra il 2015 e il 2019, oltre 2.500 lavoratori pubblici hanno ridotto l'orario da 40 a 35 ore settimanali mantenendo lo stesso stipendio, e la produttività non è calata. È migliorata. Risultati simili sono arrivati anche dal Giappone, dove Microsoft ha registrato un aumento del 40% della produttività durante una sperimentazione interna di quattro giorni lavorativi.
Come si spiega? In parte ha a che fare con il benessere di cui parlavamo prima: chi è riposato lavora meglio. Ma c'è anche un meccanismo più sottile. Quando si hanno meno ore a disposizione, si è costretti a usarle in modo più consapevole. Le riunioni ridondanti si accorciano o spariscono del tutto, le priorità diventano più chiare, i tempi morti si riducono. Tutto quello che nella settimana standard veniva rimandato o diluito, improvvisamente trova il suo spazio. Per necessità, si tende a lavorare meglio.
E la produttività non sarebbe l'unico vantaggio per le aziende. Dagli esperimenti internazionali emergerebbero altri effetti, altrettanto concreti.
PRO 3 vantaggio per le imprese: C’è una voce di costo che spesso si sottovaluta: quella legata al turnover. Trovare, assumere e formare un nuovo dipendente costa in media tra il 50% e il 200% del suo stipendio annuale. Nel trial britannico citato prima il tasso di dimissioni è sceso del 57%, e le assenze per malattia sono calate del 65%. Numeri che, tradotti in euro, fanno una differenza concreta sui bilanci. Trattenere le persone non è solo una questione umana: è una questione economica.
E poi c'è il tema del recruiting. In un mercato del lavoro sempre più competitivo, la settimana corta si starebbe rivelando uno strumento di attrazione dei talenti efficace, in alcuni casi più di un aumento di stipendio.
Sempre più persone, soprattutto le generazioni più giovani, valutano la qualità della vita lavorativa tanto quanto la retribuzione. Offrire il venerdì libero, in molti casi, starebbe diventando un vantaggio competitivo reale.
Sembra la soluzione perfetta: lavoratori più felici, aziende più efficienti, tutti ci guadagnano. Eppure, se funziona così bene, perché non viene già applicato in modo più frequente? C’è qualche interesse dietro? Le aziende non vogliono?
Ci sono motivi concreti per cui la settimana corta non funziona per tutti, e non dipendono dalla buona o cattiva volontà di nessuno.
Gli svantaggi
CONTRO 1 settori incompatibili: Il primo motivo è anche il più evidente. Dipende molto da che lavoro fai. Pensaci: in certi contesti, il venerdì libero non cambia nulla di sostanziale. Un progetto si consegna lo stesso, un cliente si richiama il lunedì, una riunione si sposta senza problemi. Sono lavori dove i risultati si misurano facilmente: una campagna lanciata, un software consegnato, un contratto firmato. E dove è facile misurare quello che si produce, è anche più facile giustificare una riduzione delle ore. Chi lavora in un ufficio di consulenza, in una società IT o in un team di marketing può riorganizzare le proprie giornate, accorciare i tempi morti e portare a casa lo stesso risultato in meno ore.
Ma proviamo a pensare a un ospedale, a un supermercato, a una fabbrica con turni continui. Qualcuno deve essere al banco, in corsia, alla catena di montaggio, indipendentemente dal giorno della settimana. In Italia, manifattura, commercio, ristorazione e sanità rappresentano insieme circa il 45% della forza lavoro. Per questa fetta di lavoratori, ridurre la settimana senza assumere personale aggiuntivo o tagliare i servizi è, nella maggior parte dei casi, difficilmente praticabile.
Ma c'è un secondo ostacolo, che riguarda anche chi avrebbe tutte le condizioni per farcela.
CONTRO 2 riorganizzazione necessaria: Le aziende che hanno ottenuto i risultati migliori nei trial internazionali non si sono limitate a togliere un giorno dal calendario: hanno ripensato il lavoro dall'interno. Riunioni tagliate o sostituite con email, processi ridefiniti, risultati misurati invece delle ore di presenza. Un cambiamento culturale prima ancora che organizzativo. Dove questo lavoro non c'è stato, i risultati sono stati molto più modesti. Il 20% delle aziende tedesche ha abbandonato la sperimentazione.
Il motivo più citato riguarda la leadership: oltre la metà dei HR indica nei limiti dei manager l'ostacolo principale. I responsabili faticano a valutare il lavoro per obiettivi invece che per ore di presenza. Togliere un giorno senza cambiare nient'altro significa ritrovarsi con lo stesso volume di lavoro distribuito su meno ore, più pressione e meno margine per fare le cose bene.
Fin qui abbiamo parlato di settori e di organizzazione. Ma c'è una questione più profonda.
CONTRO 3 un privilegio per pochi: Anche dove la settimana corta funziona tende a premiare chi ha già le condizioni per applicarla. In Italia, circa 1 occupato su 4 lavora in grandi aziende che hanno le risorse per gestire la transizione. Per tutti gli altri, soprattutto chi lavora in piccole imprese, nel commercio al dettaglio, nella ristorazione o nei servizi alla persona, questa trasformazione è ancora lontana. Il rischio concreto è che la settimana corta, invece di ridurre le disuguaglianze nel mondo del lavoro, finisca per ampliarle, diventando un benefit riservato a chi è già in una posizione di vantaggio.
Conclusioni
Quindi tornando alle domande di partenza: funziona davvero? I dati dicono di sì, ma con una condizione precisa: funziona dove il lavoro lo permette, dove l'azienda è disposta a ripensare i propri processi, e dove ci sono le risorse per farlo.
Ci aspetta anche in Italia? Sta già arrivando dove è possibile, ma lentamente e in modo disomogeneo.
Alcune grandi aziende si sono già mosse: Lamborghini ha ridotto strutturalmente l'orario in produzione alternando settimane da quattro e cinque giorni, Luxottica concede venti venerdì liberi all'anno a parità di stipendio, Lavazza ha introdotto i venerdì brevi per i dipendenti della sede centrale da maggio a settembre mentre Fastweb ha recentemente portato la settimana a 36 ore a parità di retribuzione.
Per la maggior parte dei lavoratori, però, è ancora una prospettiva lontana, legata a dinamiche che vanno ben oltre la singola azienda o il singolo lavoratore.
Ma c'è un filo che collega tutto quello di cui abbiamo parlato oggi a qualcosa di più personale. Il tempo è la risorsa più preziosa che abbiamo, e la libertà di decidere come usarlo non dipende solo dal contratto che hai firmato o dal settore in cui lavori. È qualcosa che si costruisce anche nel tempo, attraverso scelte finanziarie consapevoli.
Non a caso, molti dei miei clienti hanno avviato un piano di accumulo proprio con questo obiettivo: costruire una pensione integrativa che un domani possa compensare un carico di lavoro inferiore, o semplicemente dare loro la possibilità di scegliere quando e quanto lavorare.
Io come consulente finanziario non posso indirizzarti sul settore in cui lavorare, ma posso aiutarti a costruire un piano di lungo termine che, un domani, ti dia più libertà di scelta. Che si tratti del tuo TFR, di un fondo pensione o di un piano di accumulo, ogni scelta fatta oggi può contribuire a costruire una rendita integrativa che ti permetta, quando sarà il momento, di scegliere quanto lavorare e a quali condizioni.
La settimana corta è una conquista collettiva, che dipende da dinamiche che spesso non controlliamo. La pianificazione finanziaria è invece una costruzione individuale, che dipende dalle scelte che facciamo oggi. In entrambi i casi, però, l'obiettivo è lo stesso: guadagnare libertà sul proprio tempo.
Resto a disposizione per qualsiasi dubbio o domanda.
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