Diciassette per cento: è quanto risparmia in meno una famiglia italiana che si aspetta un'eredità, rispetto a una famiglia identica che non se l'aspetta. Stesso reddito, stessa età, stessa città: l'unica differenza è un'attesa.
La domanda, quindi, è questa: quanto ti sta costando, oggi, un patrimonio che non è ancora tuo?
Il dato di Banca d'Italia
Lo studio è uscito a luglio nella collana “Questioni di Economia e Finanza” della Banca d'Italia. Le famiglie che si aspettano una successione consumano circa il sette per cento in più, risparmiano circa il diciassette per cento in meno, tengono più investimenti finanziari e li tengono più rischiosi, e ricorrono più spesso al credito al consumo. Nelle famiglie con un figlio fra i sedici e i trent'anni, cresce anche la probabilità che quel figlio continui a studiare.
Non è la fotografia di una famiglia sprovveduta: è la fotografia di una famiglia che si comporta come se fosse già più ricca.
La spiegazione è che la nostra testa, in economia, non ragiona sul conto corrente: ragiona su tutta la vita. Se sei ragionevolmente certo che fra qualche anno arriverà la casa dei tuoi genitori, non hai bisogno di accumulare come chi quella casa non l'avrà mai. Quindi consumi un po' di più, tieni meno cuscinetto, ti permetti un po' più di rischio negli investimenti, e magari finanzi l'auto invece di rimandarla.
È un patrimonio che non compare in nessun estratto conto ma che sta già decidendo per te. Questa è la ricchezza fantasma: non è un'illusione — quell'eredità probabilmente arriverà davvero — ma il punto riguarda tre cose: quando arriva, quanto arriva e a chi arriva.
Quando arriva l'eredità
In Italia si eredita tardi, molto tardi. Le stime disponibili collocano l'età tipica dell'erede fra i cinquanta e i sessant'anni, semplicemente perché, in media, si vive più a lungo. Questo significa che chi oggi ha trentacinque o quarant'anni e conta su un'eredità sta modificando i propri consumi oggi per una ricchezza che incasserà fra vent'anni o più.
Qui c'è un primo equivoco frequente: si dà per scontato che quella ricchezza, nel frattempo, resti ferma a valere quanto vale oggi. Non è così. Mettiamo che sul conto corrente dei tuoi genitori ci siano duecentomila euro, fermi — come su moltissimi conti italiani — perché “sono i risparmi, non si toccano”. Con un'inflazione media del due per cento, che è la media di lungo periodo e non uno scenario drammatico, quei duecentomila euro, fra vent'anni, compreranno quello che oggi compri con centotrentacinquemila euro. Nessuno te li ha portati via: sono ancora lì, sull'estratto conto, con lo stesso numero stampato sopra. Solo che valgono un terzo in meno, ed è una perdita che non compare da nessuna parte.
Vent'anni di attesa non sono neutri: non lo sono per quei soldi, che nel frattempo si svuotano da soli, e non lo sono per te, che in quegli stessi vent'anni hai messo da parte meno di quanto potevi, proprio perché contavi su di loro. Il giorno della successione non arriva un bonifico che ti restituisce vent'anni: quel conto lo hai già pagato, un mese alla volta.
Quanto arriva davvero
Il patrimonio dei genitori non è una fotografia ferma: è un numero che si consuma. Vivere fino a novanta o novantacinque anni costa, e costa in modo concreto. Una badante convivente, con contratto regolare, oggi si aggira fra i venti e i venticinquemila euro l'anno fra stipendio, contributi, tredicesima e vitto. Una RSA, a seconda della regione e del livello di assistenza, costa fra i duemila e i tremila euro al mese, quindi fra i ventiquattro e i trentaseimila euro l'anno. Quattro anni di assistenza, che non sono uno scenario estremo ma la normalità, significano fra gli ottanta e i centoquarantamila euro.
Se il patrimonio resta fermo, non produce nulla, ma le spese arrivano lo stesso: ogni anno esce qualcosa e non rientra niente, il capitale viene consumato senza alcun ritorno. Un patrimonio che non lavora non è un patrimonio conservato: è un patrimonio in liquidazione lenta.
C'è poi la parte immobiliare, la più delicata: in Italia l'eredità è soprattutto mattone, e il mattone in un paese che perde abitanti non vale ovunque allo stesso modo. La villetta in un centro che si sta spopolando e il trilocale a Milano sono due mondi diversi, anche se in famiglia si chiamano entrambi “la casa”. E il mattone, a differenza dei soldi sul conto, per diventare tuo deve passare da una serie di adempimenti che costano: la dichiarazione di successione, da presentare entro dodici mesi, le imposte ipotecaria e catastale per intestarti l'immobile, la voltura catastale, le pratiche e quasi sempre un professionista da pagare. Su una casa sola sono cifre gestibili; su due o tre immobili, magari in comuni diversi, il conto sale in fretta. E il problema non è solo l'importo: sono soldi da tirare fuori subito, in contanti, mentre l'unica cosa che hai ereditato è un immobile che non puoi vendere in tre settimane.
C'è infine un caso che riguarda un numero di famiglie in crescita ogni anno: i tuoi genitori potrebbero non essere sposati fra loro, oppure uno dei due, rimasto solo, può avere accanto un compagno o una compagna da vent'anni. Per la successione, chi convive senza essere sposato è considerato un estraneo: nessuna franchigia e l'aliquota più alta prevista dalla legge, l'otto per cento. Le unioni civili sono equiparate al matrimonio; la convivenza di fatto no.
A chi arriva l'eredità
L'eredità quasi mai arriva intera a una persona sola, e non è una questione di rapporti in famiglia: è una questione di quote, scritte nel codice civile. Prendiamo l'esempio più comune: coniuge e due figli. Su un patrimonio da seicentomila euro, la legge riserva un quarto al coniuge, centocinquantamila euro, e metà complessivamente ai figli, altri trecentomila euro, centocinquantamila a testa. Quello che resta, l'ultimo quarto, è la quota di cui il genitore può disporre liberamente.
Aggiungi la realtà: di quei seicentomila euro, quattrocentomila sono la casa. Un genitore che volesse lasciare la casa a un solo figlio, magari quello che è rimasto a occuparsi di lui, gli starebbe assegnando quattrocentomila euro a fronte di una quota massima di trecentomila: sfora di centomila. Gli altri eredi possono chiedere che quella disposizione venga ridotta, e il risultato è che la casa arriva indivisa a più persone, con esigenze e vite diverse. Uno vuole vendere, uno vuole tenerla, uno non ha la liquidità per liquidare gli altri: un immobile in comproprietà spesso non è un patrimonio, è una trattativa, a volte lunga, a volte con lo sconto che il mercato applica a chi deve vendere di fretta e in disaccordo.
Qui torna anche il tema della convivenza: chi convive senza essere sposato non è un erede penalizzato, semplicemente non è nell'elenco. Senza testamento non prende niente. Tradotto: la casa può arrivare a te mentre dentro ci vive ancora la persona che stava con tuo padre.
Su testamento, quote di legittima, imposte di successione, donazioni e patti di famiglia la materia è da notaio e da commercialista: chi ti dice il contrario ti sta facendo un cattivo servizio. L'altra metà del problema riguarda invece come gestisci i tuoi soldi oggi, alla luce di quello che ti aspetti domani.
Due famiglie a confronto
La conclusione facile sarebbe “non contare sull'eredità”, ma è una scorciatoia sbagliata. Se i tuoi genitori o i tuoi nonni hanno una casa e dei risparmi, quel patrimonio è reale: fingere che non esista è sbagliato quanto darlo per scontato. Il problema non è contarci, è contarci al buio.
Ecco quanto costa il buio, con due famiglie che partono identiche: genitori settantenni, patrimonio composto da una casa da trecentocinquantamila euro e duecentocinquantamila euro di liquidità sul conto, due figli, orizzonte vent'anni. In entrambi i casi, negli ultimi quattro anni serviranno circa novantamila euro di assistenza.
Nella prima famiglia nessuno ha mai parlato di niente. I duecentocinquantamila euro restano fermi sul conto. Il figlio più grande, sapendo che un giorno la casa sarà anche sua, mette da parte cento euro al mese in meno di quanto potrebbe. Vent'anni dopo, dalla liquidità sono usciti i novantamila euro dell'assistenza: ne restano centosessantamila, che con l'inflazione valgono poco più di centomila euro di oggi. La casa arriva indivisa ai due fratelli, che hanno progetti diversi; dopo due anni di stallo si vende, e fra spese, tempi e sconto della fretta ne rientrano circa trecentoquindicimila invece di trecentocinquantamila. Il figlio più grande arriva a sessant'anni con circa quarantamila euro in meno accumulati, per quei cento euro al mese che non ha mai messo via.
Nella seconda famiglia, invece, ci si è seduti a un tavolo con un professionista e sono state fatte tre scelte non complicate: separare i soldi per orizzonte, con centomila euro tenuti prudenti e disponibili per l'assistenza e centocinquantamila investiti davvero su vent'anni; far sì che il figlio smettesse di scontare mentalmente l'eredità, rimettendo in piedi il suo risparmio pieno; decidere per tempo, con il notaio, chi prende cosa e con quali conguagli, così che la casa non finisca indivisa.
Vent'anni dopo, il cuscinetto ha coperto l'assistenza e ne restano circa cinquantottomila euro. I centocinquantamila investiti, con un'ipotesi di rendimento medio del cinque per cento annuo, sono diventati circa trecentonovantottomila euro: anche togliendo l'inflazione, in potere d'acquisto di oggi valgono quasi il doppio. La casa vale i suoi trecentocinquantamila euro pieni, senza sconti da vendita forzata, e il figlio ha messo da parte quarantamila euro che nell'altra famiglia non esistono.
L'unica differenza fra le due liquidità è che nella prima famiglia i soldi stanno su un conto corrente, che non rende nulla, mentre nella seconda stanno su strumenti prudenti che almeno tengono il passo dell'inflazione: non è un trucco, è il confronto fra una scelta fatta e una scelta mai fatta.
Il totale: la prima famiglia arriva a quattrocentosettantacinquemila euro fra casa e liquidità rimasta; la seconda a ottocentoquarantaseimila euro, contando anche i quarantamila euro che il figlio è riuscito a mettere via proprio perché ha smesso di scontare l'eredità. La differenza è di oltre trecentosettantamila euro, quasi due terzi del patrimonio da cui erano partite entrambe le famiglie — con lo stesso lavoro, lo stesso stipendio, la stessa casa.
Il cinque per cento è un'ipotesi di lavoro, non una promessa: nessuno può garantirti un rendimento. Con un'ipotesi più prudente, al tre per cento, la differenza scende a poco meno di duecentoquarantamila euro. Cambia il numero, resta il punto: la seconda famiglia non era più ricca della prima, era solo l'unica delle due che stava usando numeri veri.
Conclusioni
Nel lavoro di consulenza capita spesso di seguire più generazioni della stessa famiglia: i figli, i genitori e in qualche caso anche i nonni. Ed è lì che questo approccio funziona davvero, perché si smette di fare due o tre pianificazioni separate che si ostacolano a vicenda e se ne fa una sola, che tiene conto di tutti. Prevenire costa qualche ora di conversazione con un professionista; curare, quando la successione è già aperta, costa quello che hai visto in questo confronto.
La ricchezza fantasma non è pericolosa perché non esiste: è pericolosa perché non la si guarda mai in faccia. Un numero che nessuno ha mai verificato è comunque un numero che sta decidendo quanto metti da parte ogni mese.
Contare su un'eredità futura non è un piano finanziario. Se vuoi costruire il tuo, indipendentemente da quello che arriverà o non arriverà, come sempre resto a disposizione.
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