MPS: chi ha pagato davvero il salvataggio della banca?

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Nel 2017 chi aveva azioni del Monte dei Paschi se le è viste ridurre quasi a zero. Oggi la banca più grande d'Italia mette sul tavolo più di trenta miliardi per comprarsi Mps, e il consiglio di Siena risponde che sono troppo pochi. Stessa banca, stesse azioni, nove anni di distanza.

E allora la domanda è una sola: chi ha pagato quella banca, e chi la sta incassando adesso?

Ti dico subito perché ne parlo io, e cosa non troverai in questo articolo. Non tocca a me dire chi ha ragione tra Intesa e Mps, non giudico le scelte dei loro consigli di amministrazione, e su chi ha sbagliato nel 2017 ci sono i tribunali, che se ne sono occupati per anni. Quello che posso spiegarti è il meccanismo economico. E questo meccanismo riguarda te molto più di quanto sembri, perché dentro la storia di Mps ci sono decine di migliaia di persone normali che avevano fatto una scelta precisa su dove mettere i propri risparmi. Sbagliata, ma precisa. Di quella scelta posso parlarti eccome.

Il conto del 2017

Partiamo da dove quasi tutti si fermano. Nel 2017 lo Stato mette 5,4 miliardi di euro dei contribuenti in Monte dei Paschi e si ritrova proprietario del 64% della banca. I giornali scrivono “lo Stato compra Mps”, e la formula è superficiale. Un compratore compra perché pensa che una cosa valga più di quanto la paga. Lo Stato, quella volta, non pensava niente del genere: stava spegnendo un incendio. Se la terza banca del Paese salta, saltano i conti correnti, i mutui, i depositi delle imprese e la fiducia di chi guarda l'Italia da fuori. Non è la differenza tra un investimento buono e uno cattivo. È la differenza tra chi entra in una casa per comprarla e chi ci entra col casco e la manichetta.

Ma prima che arrivasse lo Stato, il conto lo aveva già pagato qualcun altro. Chi?

Chi era dentro

È scattata quella che in Europa si chiama condivisione degli oneri: circa 4,3 miliardi di obbligazioni subordinate di Mps sono stati convertiti in azioni. Tradotto: chi aveva prestato soldi alla banca comprando quei titoli si è ritrovato in mano, al posto dell'obbligazione, dei pezzi di carta di una banca che stava colando a picco. E chi era già azionista è stato diluito fino quasi a sparire. Su una parte dei risparmiatori al dettaglio è poi intervenuto un meccanismo di ristoro, ma il principio ormai era scritto: prima di chiamare i contribuenti, paga chi era dentro.

Ora fai un esercizio con me. Immagina il risparmiatore senese medio di quegli anni. La sua banca era Mps, a Siena la chiamavano il Monte, e basta. Ci teneva il conto, ci aveva acceso il mutuo, aveva comprato le obbligazioni allo sportello perché rendevano più del BTP ed erano della banca di casa, magari aveva anche qualche azione perché Mps era Mps, esisteva dal 1472. Secondo te quel signore aveva un portafoglio diversificato?

Aveva un portafoglio fatto di un nome solo. Che era anche il nome del suo sportello, spesso del suo datore di lavoro, e della sua città. Quando quel nome è caduto, non è caduto un pezzo del suo patrimonio: è caduto tutto insieme, lo stesso giorno, per lo stesso motivo. Questo non è un problema di banche. È un problema di allocazione, ed è l'unico errore che in questo mestiere vedo ripetere in tutte le città d'Italia, con nomi diversi.

Grafico 1 — Le tappe che hanno svuotato gli azionisti di Mps

Immagine articolo 308

Grafico 2 — Quanto è stato chiesto agli azionisti e quanto restava

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E attenzione, perché quel signore non è stato rovinato dal crac in un giorno solo. È stato prosciugato lentamente, per anni. Tra il 2008 e il 2022 Mps ha chiesto ai suoi azionisti circa 25 miliardi di euro con una serie di aumenti di capitale: ogni volta lui doveva scegliere se mettere altri soldi o farsi diluire. Poi, quando le azioni erano scese a pochi centesimi, la banca le ha raggruppate: cento vecchie azioni diventavano una nuova. Due volte, a sei anni di distanza. Non è un'operazione scorretta, si fa quando il prezzo diventa impresentabile, ma ha un effetto collaterale: il grafico si rimette in ordine e la storia sembra molto meno grave di quanto è stata.

Attenzione a una precisazione importante, perché è giusta ed è prevedibile: il conto corrente non c'entra niente. I depositi fino a centomila euro per intestatario sono garantiti dal fondo interbancario, e in tutta la vicenda Mps nessuno ha perso un euro di conto corrente. Il problema non era tenere i soldi in quella banca. Il problema era possedere quella banca, con le azioni e con le obbligazioni, mentre ci si teneva dentro anche tutto il resto della propria vita economica.

E lo Stato, intanto, che tipo di socio era diventato?

L'azionista di passaggio

Uno che entra sapendo già che dovrà uscire. Chiamiamolo con il suo nome: azionista di passaggio. La sua domanda non è mai stata “quanto ci guadagno”, ma “quando riesco ad andarmene senza fare danni”. È un socio che ha una data di scadenza scritta in fronte dal primo giorno.

E quella data è arrivata. La quota del Ministero dell'Economia in Mps oggi è scesa a meno del 5%, poco più di un miliardo e mezzo ai prezzi di mercato: da due terzi della banca a una briciola. Il ministro Giorgetti, quest'estate, l'ha detto in modo esplicito davanti all'assemblea dei banchieri: è finito il tempo dello Stato azionista nelle banche. Letta con questi numeri accanto, non è una dichiarazione di intenti. È la constatazione di un lavoro quasi finito.

Grafico 3 — La discesa della quota pubblica

Immagine articolo 308

E allora, ha funzionato o no?

La risposta scomoda

Qui non ti darò quella comoda, perché non ce n'è una. Da un lato Mps è tornata a fare utili, a distribuire dividendi, e una banca che nel 2017 stava per portarsi dietro mezzo sistema oggi è l'oggetto del desiderio del gruppo più grande d'Italia: se l'obiettivo era spegnere l'incendio, l'incendio è spento. Dall'altro lato i conti su quanto lo Stato abbia recuperato di quei miliardi non tornano allo stesso modo a seconda di chi li fa, e la stima più onesta è che una parte non sia tornata indietro. Chi dice “grande successo” e chi dice “salasso per i contribuenti” sta guardando due numeri veri e diversi. Quale delle due cose pesi di più è una valutazione politica, ed è tua, non mia.

Quello che invece si può misurare è quanto vale oggi quella banca. E qui la storia diventa quasi comica.

Trenta miliardi, e non bastano

A giugno Intesa Sanpaolo ha lanciato un'offerta pubblica di acquisto e scambio su tutta Mps: in cambio di ogni azione dà 1,6 azioni proprie più un euro in contanti. Al momento del lancio quel pacchetto valeva poco più di dieci euro ad azione, e più di trenta miliardi in totale.

Quando compri un'azienda quotata non puoi offrire il prezzo di mercato, perché nessuno ti darebbe le sue azioni per guadagnarci zero: devi offrire qualcosa in più, e quel qualcosa si chiama premio. Intesa ha offerto un premio di circa il 12,5% sul prezzo a cui trattava Mps il giorno prima dell'annuncio. Sembra un buon affare. Il consiglio di Siena, a metà luglio, ha risposto che l'offerta è a sconto.

Come fa un premio del 12,5% a essere uno sconto?

Cosa dice il prezzo

Il premio si misura sul prezzo di ieri. Chi vende, però, ragiona sul valore di domani. E su chi abbia ragione c'è un giudice più affidabile dei comunicati stampa: il mercato. L'offerta di Intesa vale intorno ai dieci euro per azione. L'azione Mps, in Borsa, ne vale circa undici. Sopra il prezzo di chi vuole comprarla.

Perché mai qualcuno dovrebbe pagare undici euro un'azione che l'offerente pagherà dieci? Perché scommette che la storia non finisca lì: che Intesa alzi, che si faccia avanti qualcun altro, o che Mps da sola valga di più. E fino a pochi giorni fa una di queste possibilità era concreta, perché Banco Bpm stava studiando una fusione alternativa. Ora Bpm si è tirata indietro. Restata una scommessa sola, il prezzo di Borsa è diventato più semplice da leggere: non ti dice chi ha ragione, ti dice su cosa sta puntando il denaro vero.

Grafico 4 — Il titolo Mps e il valore dell'offerta Intesa

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Una precisazione, perché è importante e nessuno la fa: quell'offerta non vale una cifra fissa. Visto che Intesa paga quasi tutto in azioni proprie, il suo valore sale e scende ogni giorno insieme al titolo Intesa. Chi ti dice “l'offerta vale X” ti sta dicendo quanto valeva in quel momento, non quanto varrà il giorno in cui dovrai decidere.

E quel giorno, per gli azionisti di Mps, sta arrivando.

Adesso tocca a loro

Da settembre ognuno di loro dovrà fare esattamente la stessa cosa che ha fatto il Tesoro per nove anni: decidere quando uscire e a che prezzo. Aderire e diventare azionista di Intesa, vendere sul mercato, o restare e vedere come va a finire. Diventano tutti azionisti di passaggio, e nessuno può dire al posto loro quale strada sia quella giusta, perché dipende dal resto del portafoglio e dagli obiettivi di ciascuno.

Ma una differenza tra loro c'è, ed è l'unica cosa di questa storia che vale anche per te che non hai una sola azione Mps. Chi ha quel titolo dentro un patrimonio distribuito su tanti nomi diversi sta prendendo una decisione. Chi ci ha messo dentro mezza vita economica non sta decidendo niente: sta subendo.

Il pezzo che ti serve

Perché la differenza tra il Tesoro e il risparmiatore senese non è che uno era più bravo dell'altro. È che quando cade una banca da mezzo sistema arriva qualcuno col casco, e quando cade il patrimonio di una famiglia non arriva nessuno. Nessuno considera sistemico il risparmio di una persona. Non esiste la ricapitalizzazione precauzionale del tuo portafoglio.

Se metti tutto sullo stesso nome, l'azienda per cui lavori, la banca sotto casa, il settore che conosci meglio, il mattone della tua via, non stai facendo un investimento concentrato perché hai una convinzione forte. Stai scommettendo che una cosa sola non cada mai.

E la buona notizia è che questa è una delle pochissime cose, in finanza, che dipendono davvero da te. Non decidi i tassi, non decidi se una banca è gestita bene, non decidi cosa dirà la BCE a settembre. Decidi su quanti nomi diversi appoggiare i tuoi soldi. È una scelta gratuita e la puoi fare stasera.

Dimmi una cosa nei commenti: se guardi tutto il tuo patrimonio, non solo i titoli, quanto pesa il nome più grosso?

Conclusioni

Se vuoi capire quanto è concentrato davvero il tuo patrimonio e come distribuire meglio i tuoi risparmi e i tuoi investimenti, come sempre resto a disposizione.

Resto a disposizione per qualsiasi dubbio o domanda.

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Davide Berti, consulente finanziario

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Mission

In un mondo basato sulle dinamiche economiche, dove troppo spesso le conoscenze finanziarie sono limitate o assenti, verificare la professionalità di un consulente è necessario quanto difficile. Per questo affianco al mio lavoro questo progetto di consapevolizzazione.

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